Le proteste degli ultimi mesi, nonché le recenti dichiarazioni del ministro Gelmini circa l’inutilità di alcuni corsi di laurea hanno riacceso l’attenzione sulla situazione dei giovani italiani. Tanto alla riforma universitaria, quanto alle proteste scatenate contro il provvedimento e alle polemiche che, a partire dagli infuocati giorni dei cortei romani, ogni tanto si rinfocolano, almeno questo merito va riconosciuto: di tanto in tanto, anche nel nostro Paese, è tornato d’attualità chiedersi come se la passino i giovani. Una spiegazione al malcontento diffuso, soprattutto tra gli universitari, si può forse trovare leggendo quanto a fine settembre scorso ha scritto l’Istat nel rapporto Ingresso dei giovani nel mercato del lavoro.
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Critichiamoli, dunque, i giovani che protestano. Non è difficile bacchettare chi fa mostra di rabbia; con le spalle coperte, è semplice e immediato ravvisare l’errore di chi scivola nella violenza, cedendo agli eccessi. Molto più complesso, invece, è il tentativo di comprendere il malessere che non ti arma di bastoni e bombe carta, ma ti porta in piazza e, se non lenito, ti lascia esposto alle correnti che soffiano (qualunque esse siano). Un buon punto di partenza per tale esercizio potrebbero essere le ultime rilevazioni Ocse: numeri che, se non giustificano, quantomeno inquadrano l’agitazione di questi giorni.
Disoccupazione giovanile, ormai è allarme
Non sono tempi facili per nessuno, ma per i giovani è tutto ancora più complesso. In uno studio sulla disoccupazione giovanile, l’Ocse accerta che dall’inizio della crisi nell’area Ocse ci sono 3,5 milioni di disoccupati in più.
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