
La riforma fiscale è un obiettivo del governo Monti, anche se si conoscono ancora soltanto a grandi linee le intenzioni dell’esecutivo in merito. Una cosa è certa: l’intenzione è quella di trasferire parte del peso costituito dalle imposte dirette verso quelle indirette. L’idea è contenuta nell’atto di indirizzo della politica fiscale per il triennio 2012-14 sottoscritto dal presidente del consiglio.
Al fianco di questo spostamento del peso fiscale ci saranno anche interventi che porteranno ad un “riequilibrio del sistema impositivo, anche relativamente alla tassazione dei redditi finanziari“. Difficile capire di cosa si tratterà e di quale entità, soprattutto, ma voler privilegiare le imposte indirette lascia in qualche modo immaginare che il famigerato aumento dell’Iva al 23% previsto per ottobre difficilmente uscirà dall’agenda programmatica del governo, nonostante le timide rassicurazioni sul tema.
Per quanto riguarda i rimborsi maturati dai contribuenti il governo vorrebbe anticipare i versamenti per evitare le tante situazioni di difficoltà che impongono ai cittadini che maturano un credito nei confronti dell’erario di rimanere sospesi per mesi se non anni in attesa di riavere indietro tasse anticipatamente versati. Nello stesso documento si legge, infatti: “l’azione di politica fiscale del Governo è volta anche alla tempestiva liquidazione dei rimborsi richiesti fino all’anno precedente a quello di osservazione, assicurando sempre maggiore efficienza nel processo di lavorazione”.
Una buona notizia, almeno sulla carta, fra le tante che lasciano perplessi in materia fiscale.
Foto | © TM News

La Riforma Fiscale sembra già uscita dal dibattito politico, il governo e la maggioranza sono troppo impegnate nell’approvazione della manovra correttiva e ci vorrà molto tempo prima che il decreto delegato che dovrebbe rivoluzionare il nostro sistema tributario venga definito ed approvato. Intanto secondo le elaborazioni della CGIA di Mestre c’è un’ulteriore conferma che il “sistema delle tre aliquote” (20%, 30% e 40%) andrebbe essenzialmente a vantaggio dei contribuenti più ricchi, appena il 4% del totale.
I contribuenti che hanno un reddito fra i 55 mila e i 75 mila euro annui risparmierebbero circa 2000 euro grazie alla nuova Irpef, quelli con un reddito superiore ai 75 mila (meno del 2% del totale) si troverebbe in tasca 3800 euro in più. I contribuenti fra i 0 e i 15 mila euro risparmierebbero appena 114 euro, quelli fra i 15 mila e i 28 mila 368 euro ed infine quelli fino a 55 mila euro 417.
Appare evidente che siamo ancora in una fase molto embrionale e sicuramente verranno introdotte delle misure di aggiustamento. Una di queste dovrà far aumentare le detrazioni per i carichi familiari affinchè i vantaggi fiscali vengano spalmati anche sui redditi medio bassi.

L’Irap è certamente fra le tasse più odiate dai contribuenti. Come noto l’imposta regionale sulle attività produttive colpisce il valore netto della produzione di ogni impresa al lordo dei costi per il personale. Dai tempi della sua istituzione, il 1997 con il primo Governo Prodi, è stata costantemente al centro del dibattito politico.
Divenuto uno dei principali argomenti di propaganda contro “Dracula Prodi“, la sua abolizione non è mai stata portata a termine da nessuno schieramento, nemmeno dal Ministro Tremonti che pure ha guidato il dicastero per l’economia per molti anni. Il problema è semplice: l’Irap rende tanti, tantissimi soldi. L’imposta proporzionale al fatturato, non all’utile effettivo, vale ogni anno per il bilancio delle regioni qualcosa come 40 miliardi di euro e per dare un’idea copre il 40% circa della spesa sanitaria.
Pensare di abolirla comporterebbe una gravosissima razionalizzazione della spesa pubblica, eppure periodicamente subiamo l’annuncio di un’imminente cancellazione. Negli ultimi anni, complice la situazione dei conti pubblici decisamente complessa, sono più i politici che “chiedono” di abolirla che quelli che sembrano disposti a farlo sul serio. Ora, in contemporanea con le voci che descrivono la bozza della riforma fiscale, filtrano puntuali delle indiscrezioni che stabilirebbero nel 2014 un nuovo termine per l’abolizione “progressiva” dell’IRAP. Sarà l’ennesimo buco nell’acqua?

La bozza del progetto di Riforma Fiscale del Ministro Tremonti di cui vi abbiamo già parlato sembra essere confermato nei suoi dettagli sostanziali: tre aliquote IRPEF al 20%, 30% e 40%, una formula che secondo le prime stime favorirà i redditi medio/alti e nella migliore delle ipotesi danneggerà quelli bassi visto che è accompagnata da un aumento dell’IVA di un punto percentuale per le due aliquote del 10% e del 20%.
Il taglio dell’Irpef sarà sostanzioso per i redditi sopra i 35 mila euro e per finanziarlo spunta l’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie. Ferma al 12,5% da anni, nonostante tanti partiti tante volte ne abbiano ipotizzato un aumento, dovrebbe salire al 20% con l’esclusione dei titoli di stato. Dunque i rendimenti di BOT, CCT, BTP e CTZ non dovrebbero subire un innalzamento della tassazione.
L’aumento della tassazione delle rendite finanziarie porterebbe l’Italia più vicina alla media europea in uno dei pochi settori nei quali il nostro fisco è più tenero rispetto all’estero. Rimarrebbe comunque inalterata la sperequazione che vede tassati già oggi al 27% le rendite dei depositi bancari e postali.
Un deciso “riordino” delle agevolazioni fiscali in vigore. Il progetto di Riforma Fiscale prevede che lo Stato “recuperi” 16 dei 161 miliardi di bonus fiscali fra assegni, detrazioni e deduzioni. Uno specifico gruppo di studio del ministero è all’opera per classificare questi “bonus” e procedere a distinguerli secondo le priorità dettate da Tremonti, prima di tutto le famiglie, poi i giovani e il mondo del lavoro.
Sono 476 le agevolazioni attualmente in vigore, c’è da ragionare per tagliare e rimodulare, ma sarà inevitabile creare qualche malcontento. La riforma fiscale non è a costo zero e l’eliminazione di alcune detrazioni e deduzioni, accoppiate al sistema delle tre aliquote Irpef con lo “scambio” che porterà all’aumento dell’IVA (dal 20% al 21% e dal 10% all’11%) finirà per scontentare sicuramente alcune fasce di contribuenti.
Si attende giovedì, il momento della presentazione della manovra economica, con grande trepidazione. La riforma fiscale è la materia che più attrae l’interesse dei cittadini/contribuenti.

Continuano le speculazioni sulla Riforma Fiscale e scende in campo anche la Confcommercio. La preoccupazione è sull’ipotesi che per finanziare la rimodulazione delle aliquote Irpef si decida di aumentare di un punto l’IVA, sia quella al 20% che quella al 10%. Il presidente Carlo Sangalli lancia il messaggio dall’assemblea annuale dell’associazione:
Se si ipotizza una sorta di scambio, ad esempio, tra la riduzione delle aliquote IRPEF e l’innalzamento delle aliquote IVA, siamo assolutamente contrari. Aumentare l’Iva a fronte di meno Irpef è un’operazione dannosa per il paese che alimenta l’inflazione, colpisce i consumi delle famiglie con basso reddito e induce ad una maggiore evasione IVA. Questa manovra non gioverebbe alla crescita ed all’occupazione, che, al contrario, avrebbero necessità di una più robusta dinamica della domanda interna. Si proceda piuttosto lungo la strada del contrasto e del recupero di evasione ed elusione. Lo si faccia con determinazione e con una sempre più mirata capacità d’accertamento. Perché un imponibile evaso pari ad almeno 255 miliardi di euro è una tremenda ipoteca per la crescita e per lo sviluppo del Paese.
Il tema della riforma fiscale continua a dividere anche se, almeno al momento, non c’è nulla di reale sul piatto. Sarà un’impresa per il Governo approntare un provvedimento in presenza di così tante contestazioni “preventive”.

L’ultima bozza ufficiosa della Riforma Fiscale che sta “girando” fra i tecnici del ministero dell’Economia parla di soltanto tre aliquote Irpef: al 20%, al 30% e al 40%. La Cgia di Mestre ha immediatamente provato a calcolare quanto, ma soprattutto “chi”, guadagnerebbe da una modifica così strutturata. Il risultato è piuttosto ovvio: i contribuenti maggiormente avvantaggiati saranno quelli con un reddito superiore ai 40 mila euro annui.
Sino ai 28 mila euro il taglio sarebbe del 3% per i primi 15 mila euro che rischia di essere annullato dall’abolizione dell’aliquota del 27% che passerebbe al 30%. Un’autentica beffa. Questa situazione rischia di non avvantaggiare la “classe media” andando invece ad aiutare, non poco, chi guadagna fra i 28 mila e i 55 mila euro annui visto il taglio imponente di 8 punti percentuali dall’attuale 38% al futuribile 30% per l’Irpef.
Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre ha dichiarato:
Se fosse confermata questa rimodulazione delle aliquote e degli scaglioni Irpef il costo della misura dovrebbe aggirarsi attorno ai 13 miliardi di euro. Una buona parte di questa spesa, circa 6 miliardi di euro, potrebbe essere recuperata attraverso l’aumento di un punto delle aliquote Iva del 10 e del 20%. Gli altri 7 miliardi, invece, dal taglio delle spese inutili, dalla rivisitazione delle agevolazioni fiscali per le famiglie e dal possibile aumento della tassazione sulle rendite finanziarie.
Le tasse sono una cosa seria, soltanto il Governo può mettere fine a queste speculazioni sulle cifre esponendo finalmente al parlamento il suo progetto di Riforma Fiscale.

La Riforma Fiscale prevederà un’imposta patrimoniale? L’ipotesi, per ragioni politiche, non è sul tavolo del Ministro Tremonti (non ufficialmente almeno), ma potrebbe essere la soluzione per reperire quei fondi destinati poi al taglio delle tasse per le classi meno abbienti. Intanto arriva una benedizione della patrimoniale da parte di Luigi Abete, presidente di BNL-BNP Paribas, intervistato da L’Espresso nel numero in edicola domani.
La riforma fiscale? Dobbiamo farla, e farla oggi. Anche con una tassa sul patrimonio. Chiamiamola contributo ordinario per la trasparenza e la crescita. Un’imposta ordinaria minima a carico delle persone fisiche che abbia come riferimento il patrimonio. Basta l’uno per mille (è un settimo di quello che si paga in Svizzera) per racimolare 9 miliardi con cui pagare quasi tutto il taglio Ires: chi ha 50 milioni di patrimonio pagherebbe 50 mila euro, chi un milione, mille euro. Si può decidere di escludere i patrimoni sotto una certa soglia, creare una franchigia sotto un certo valore. Soprattutto: non chiamiamola patrimoniale. L’ho battezzata Ctc: “contributo ordinario per la trasparenza e la crescita”. Vorrei far capire che serve proprio per evitare una patrimoniale vera, cioè una tassa straordinaria a carico dei ricchi, con rischi elevati di stabilità per il paese: la Ctc è un modo per dare trasparenza alle variazioni patrimoniali che intervengno di anno in anno, e’ un’operazione di politica economica che colpisce l’evasione e il lavoro nero. Fondamentale, comunque, e’ che questa riforma, perché venga accettata da tutte le componenti sociali, sia realizzata tutta insieme.
L’importo di questa “Ctc”, secondo Abete, basterebbe a finanziare i tagli sulle tasse alle imprese. Il Governo avrà la forza per fare suo un provvedimento di questo tipo?
La Cgia di Mestre ha calcolato i possibili vantaggi fiscali per le famiglie nel caso in cui anche delle ipotesi allo studio per la Riforma Fiscale venissero approvate. Gli scenari utilizzati per un primo calcolo sono due. Il primo prevede l’aumento di un punto per le aliquote IVA del 10% e del 20% accompagnati da una riduzione delle aliquote Irpef del 20% e del 23%, il secondo lo stesso aumento per l’IVA accompagnata dalla creazione di tre sole aliquote Irpef fissate al 20%, 30% e 40%.
Ipotizzando l’imponibile alla quota media di 37 mila euro nel primo caso una famiglia monoreddito con un figlio a carico avrebbe un vantaggio fiscale di 285 euro annui, una bireddito potrebbe risparmiare anche 716 euro. Ancora maggiori sarebbero i vantaggi se veramente saranno create le tre nuove aliquote: una famiglia monoreddito avrebbe un vantaggio di 1.728 euro, quella bireddito uno da 1.050 euro. Sono cifre del tutto indicative, ma danno l’idea della rivoluzione che vorrebbe messa in atto da una riforma fiscale.

Argomento propagandistico o intenzione reale? La Riforma Fiscale è divenuto l’ultimo terreno di scontro attorno (e dentro) al Governo Berlusconi. Dopo la sconfitta alle Amministrative e il successo dei Referendum la maggioranza preme per attuare una riforma complessiva del fisco che serva a riportare fiducia nell’elettorato di centrodestra che questa riforma la aspetta da 17 anni. C’è un problema, non trascurabile, quello delle risorse. Il ministro dell’economia Giulio Tremonti non vuole una riforma che faccia crescere il debito pubblico, la tenuta dei conti pubblici è fondamentale, ma qualche idea su come strutturare il nuovo fisco comincia a filtrare.
Credo che sia giusto un sistema con tre aliquote Irpef, le aliquote più basse possibili sono il miglior investimento per ridurre l’evasione fiscale. è possibile ridurre il nostro sistema fiscale a cinque imposte ed è necessario un codice con principi unificanti ed un catalogo dei tributi accorpando quelli minori.
Si punta ad una semplificazione, riducendo gli scaglioni delle diverse aliquote e provando a tagliarle, ma con quali soldi? L’ultima ipotesi è quella di mettere mano alle detrazione e alle deduzioni, troppe, complesse e che finiscono per favorire contribuenti che non ne avrebbero bisogno. Da quei 150 miliardi l’anno fra esenzioni, detrazioni, deduzioni e sconti fiscali si possono reperire i denari per riformare il fisco:
Molti assegni assistenziali ce li hanno quelli che hanno i Suv. È un enorme bacino da cui derivare risorse per fare la riforma fiscale e correggere le finanze pubbliche. Anche la politica deve fare la sua parte, dando l’esempio e portando le proprie remunerazioni nella media europea. Il prelievo fiscale in Italia può essere modificato in funzione di tre logiche fondamentali: i figli (la natalità), il lavoro e i giovani. Su alcune voci si può essere meno conservativi.