La manovra economica di Ferragosto prevede che al fine di assicurare il conseguimento degli obiettivi di finanza pubblica, il contenimento delle spese degli enti territoriali e il migliore svolgimento delle funzioni amministrative, a decorrere dal primo rinnovo successivo alla data di entrata in vigore del presente decreto, nei comuni con popolazione pari o inferiore a mille abitanti, il sindaco sia il solo organo di governo e sono soppressi la giunta e il consiglio comunale.
In più si stabilisce che debbono essere svolte obbligatoriamente tutte le funzioni amministrative in forma associata con altri Comuni contermini con popolazione pari o inferiore a mille abitanti mediante la costituzione, nell’ambito del territorio di una provincia, dell’unione municipale. In tali comuni il sindaco è eletto a suffragio universale e diretto. Gli organi invece dell’unione municipale saranno l’assemblea municipale, il presidente dell’unione municipale e la giunta municipale. Ci sarà comunque uno statuto ad hoc che ne individuerà compiti e funzioni.
A decorrere dal primo rinnovo successivo alla data di entrata in vigore del presente decreto: a) per i comuni con popolazione superiore a mille e fino a 3mila abitanti, il consiglio comunale è composto, oltre al sindaco, da cinque consiglieri e il numero massimo degli assessori è stabilito in due; b) per i comuni con popolazione superiore a 3mila e fino a 5mila abitanti, il consiglio comunale è composto, oltre al Sindaco, da sette consiglieri e il numero massimo degli assessori è stabilito in tre; c) per i comuni con popolazione superiore a 5mila e fino a 10mila abitanti, il consiglio comunale è composto, oltre al Sindaco, da nove consiglieri e il numero massimo degli assessori è stabilito in quattro.
A questo punto, rimaniamo in attesa dei tagli della “casta” parlamentare.
Quanto costerà la manovrà bis agli italiani? Secondo il Codacons la manovra varata dal Governo avrà notevoli ripercussioni sulle famiglie italiane che si faranno sentire a partire dal mese di settembre attraverso una contrazione dei consumi, causata da una maggiore spesa di circa 1.500 euro.
”I sacrifici richiesti dalla manovra specie al ceto medio, e lo stato di generale incertezza che coinvolge il nostro paese“, sottolinea il presidente Codacons Carlo Rienzi, “faranno registrare da subito una diminuzione dei consumi in tutti i settori, con le famiglie che tireranno la cinghia riducendo gli acquisti”. I tagli ”riguarderanno le spese non primarie come svaghi e divertimenti, acquisti per la casa, cura del corpo, abbigliamento e calzature, viaggi, automobili e cultura”.
Tra il 2011 e il 2012, ”l’impatto della manovra tra maggiori spese, nuovi prelievi, tagli al Welfare e tassazioni varie, produrra’ una stangata al momento stimabile in circa 1.500 euro a famiglia. Maggior esborso a carico dei nuclei familiari che produrra’ un effetto domino negativo a danno dell’intero sistema economico italiano”.

Alla fine del 2010, l’indebitamento medio nazionale delle famiglie italiane ha raggiunto 19.198 euro, 3.268 in piu’ della media registrata l’anno precdeente, non solo per mutui per l’acquisto della casa, prestiti per beni mobili e ristrutturazioni, ma sopratutto per credito al consumo.
I dati sono stati resi noti dalla CGIA. A livello provinciale le difficolta’ maggiori sono a carico delle famiglie residenti in Provincia di Roma (debito pari a 27.727 Euro), seguite da quelle di Lodi (27.479 Euro) e da quelle di Milano (27.241 Euro). Al quarto posto troviamo la provincia di Prato (25.912 Euro), al quinto Varese (25.085 Euro) e al sesto Como (24.608 Euro).
”Tendenzialmente ,” dichiara Giuseppe Bortolussi segretario CGIA, “la maggiore incidenza del debito sul reddito la ritroviamo tra i nuclei famigliari con possibilita’ economiche medio-basse. E’ chiaro che con il perdurare della crisi economica questa situazione non tende a migliorare. Non dimentichiamo, inoltre, che in Italia esiste un ampio mercato del prestito informale che non transita per i canali ufficiali. Con la contrazione dei prestiti effettuati dalle banche in questi ultimi anni, ho l’impressione che questo fenomeno sia in espansione, con il pericolo che la piaga dell’usura si diffonda sempre di piu’ e non solo nel Mezzogiorno”.

Secondo l’Istat la spesa media mensile per famiglia nel 2010 è stata pari a 2.453 euro, la variazione rispetto al 2009 è dello 0,5%, considerando l’inflazione di fatto si tratta di un valore che non cresce. Le spese delle famiglie italiane rimangono quindi sostanzialmente stabili.
Per i generi alimentari e le bevande il dato mensile medio è di 467 euro mentre diminuisce quella per grassi e aumenta quello per la carne. Le spese delle famiglie del nord e del centro per gli alimentari restano stabili (18,9% per il centro Italia, 16,5% per il nord) mentre nel mezzogiorno aumenta la spesa totale arrivando ad un quarto del bilancio familiare totale mensile.
La regione con la spesa media più alta è la Lombardia (2.896 euro) mentre la Sicilia rimane quella con il dato più basso (1.668 euro), la differenza fra le due è di 1200 euro mensili. In Calabria la spesa si attesta a 1.787 euro, in Sardegna a 1.870, in Basilicata a 1.887 mentre in Emilia Romagna (2.885 euro) e in Veneto (2.876 euro) ci si attesta su livelli molto vicini alla Lombardia. Rimangono sostanzialmente confermate le differenza fra nord e sud Italia.
Fino al 27 febbraio, visitando la mostra Fare la spesa 1861-2011 al cinema Arcadia di Melzo, gli italiani potranno confrontarsi con la propria storia e scoprire come hanno fatto la spesa lungo i 150 anni trascorsi dall’unità d’Italia.
L’esposizione
Organizzata dal Comune di Melzo in collaborazione con il Sistema Bibliotecario di Melzo Est e sostenuta da Unicredit e Unicredit Leasing, Fare la spesa 1861-2001 raccoglie e propone una serie di volantini, opuscoli e depliant che ben descrivono i cambiamenti avvenuti nelle abitudini di consumo degli italiani dal 1861 a oggi.
Per una volta sono tutti d’accordo (caso più unico che raro in Italia): fino a questo momento i saldi invernali hanno fatto fiasco. Che le si guardi dalla parte dei consumatori o da quella dei commercianti, le svendite hanno mantenuto un andamento disastroso – facendo registrare risultati inferiori anche alle pìù infauste previsioni. Concordi sull’evidente contrazione dei consumi (le diverse ricerche giungono a stime che si discostano di qualche punto percentuale), le associazioni tornano a dividersi per quanto riguarda le ricette da seguire per uscire dalla secca e rilanciare l’istituto dei saldi.
Dati difficili da negare
L’analisi più impietosa sull’andamento dei saldi è quella svolta dai consumatori. L’Adoc con le sue rilevazioni ha accertato un calo delle vendite complessive pari al 18% rispetto al 2010. La ricerca dei consumatori entra nel dettaglio e – come spiega Carlo Pileri, presidente Adoc – registra “una diminuzione della spesa pari al 12% rispetto allo scorso anno, per un totale di appena 110 euro a persona. Male soprattutto le calzature, che segnano un meno 23% e l’abbigliamento di bassa qualita’ (meno 30%). Mentre l’abbigliamento di alta qualita’ segna un, seppure minimo, rialzo del 2% delle vendite, in crescita del 4% l’abbigliamento sportivo, grazie soprattutto alla stagione sciistica, con gli accessori come guanti e cappelli”.
La boccata d’ossigeno rappresentata dai saldi non servirà a ridare slancio ed energia al settore del commercio italiano. La stagione delle svendite non farà segnare alcuna ripresa dei consumi, che, anzi, secondo le previsioni dell’Adoc dovrebbero contrarsi rispetto agli anni passati.
Errare è umano, ma quando lo sbaglio arriva in campo medico può rivelarsi particolarmente spiacevole, sia per il paziente – che dovrà scontare gli eventuali problemi di salute conseguenti – sia per il dottore – che corre il rischio di trovarsi di fronte a richieste di risarcimento molto corpose. Con la medicina, dunque, non si scherza e la paura dello scivolone finisce per avere ricadute evidenti anche sullo stato di forma delle finanze pubbliche e dei singoli medici.
Paure concrete
“Medicina difensiva”: è questo il nome dell’abitudine che sta prendendo piede negli ospedali italiani e che fa tremare le casse del sistema sanitario nazionale. Di cosa si tratta? Della pratica invalsa tra i medici di prescrivere esami diagnostici o misure terapeutiche più che per assicurare la salute del paziente, per garantire il medico dalle responsabilità legali seguenti alle cure mediche prestate.
Uno scontro frontale a suo di dati e statistiche. L’Istat stima un determinato tasso di riduzione per i consumi e l’Adoc risponde, reputando eccessivamente ottimistiche le rilevazioni dell’Istituto nazionale di statistica.
Come è possibile riempire il carrello e – contemporaneamente – svuotare il portafoglio? Gli italiani che fanno la spesa lo sanno benissimo, ma adesso anche l’Antitrust vuole vederci chiaro e per svelare il “trucco” dei consumatori annuncia l’avvio di un’indagine sulle modalità di formazione dei prezzi e sull’ingombrante speso della rete della grande distribuzione organizzata (GDO).
Le motivazioni dell’indagine
Preso atto della fortissima espansione della GDO in atto nel nostro Paese, l’Antitrust desidera capire come e quanto questo settore pesi sugli altri operatori del mercato. Il timore è che la sorta di oligopolio territoriale che si sta formando strangoli gli attori commerciali medio-piccoli, finendo per andare a detrimento dei consumatori.