Una delle misure volute dal Governo nella manovra di Ferragosto è l’introduzione del contributo di solidarietà che riguarda le persone fisiche con un reddito più elevato. Più precisamente, si tratta di un prelievo effettuato nei confronti dei contribuenti, soggetti IRPEF, titolari di un reddito complessivo superiore a 90.000 euro lordi annui.
Il meccanismo prevede un contributo di solidarietà del 5% sulle quote di reddito superiore a 90.000 euro e del 10% su quelle che superano i 150.000 euro. Questo per i tutti i contribuenti. Per i senatori, i deputati e tutti i componenti degli organi costituzionali raddoppiano passando al 10% per la quota tra 90.000 euro e 150.000 euro, e al 20% per la quota superiore a 150.000 euro.
Il contributo di solidarietà è deducibile dal reddito complessivoe ciò consente al contribuente di recuperare nella dichiarazione dei redditi dell’anno successivo progressivamente il 43% l’aliquota marginale più elevata dell’attuale imposta sul reddito delle persone fisiche, l’IRPEF di quanto versato nell’anno precedente.
L’aliquota è applicata sul reddito complessivo calcolato, ossia sulla somma dei redditi, dedotte le perdite derivanti dall’esercizio di imprese commerciali o arti e professioni. Il calcolo così effettuato comprende gli oneri deducibili, il reddito dell’unità immobiliare adibita ad abitazione principale e delle relative pertinenze. La rendita catastale della prima casa concorre alla formazione del reddito.

Secondo un sondaggio di Assotutela, il 97% degli Italiani è favorevole alla tassa di solidarietà, mentre l’83% è contrario all’aumento dell’IVA.
Nel Nord si è riscontrata una maggior percentuale di contrari alla tassa di solidarietà, molto più contenuti invece i no nel Centro e nel Sud. Tra le risposte più ricorrenti riportiamo quella di coloro che la ritengono una ingiustizia ed un abuso perpetrato da una classe politica uscita immune dalla manovre di Luglio e Agosto.
Contrari, invece, per l’aumento dell’IVA. Tra le risposte più comune è il netto rifiuto ad accettare un aumento di una imposta che graverà sul consumatore finale dal momento che gli stipendi sono sempre gli stessi. Sorprende invece la percentuale di indecisi che nel Sud raggiunge il 26%, sino all’11% del Nord.