L'industria discografica ridimensionata ma in ripresa grazie al digitale

Il digitale guida la ripresa dell'industria discografica, un mercato in contrazione negli ultimi 15 anni.

Spotify Music Player

Un rapporto sullo stato di salute dell'industria discografica redatto dall'Area Research di Banca Monte dei Paschi di Siena mette in evidenza come il mercato negli ultimi 15 anni sia mutato radicalmente, ma lascia intravedere segnali di ripresa. Le innovazioni tecnologiche hanno imposto un cambiamento radicale agli operatori storici, cambiamento spesso non recepito in tempo, che ha portato ad una contrazione del fatturato senza precedenti. A guidare la rivoluzione è stato Internet, croce e delizia delle case discografiche, nemico prima, strumento da sfruttare oggi.

Nel 1998 le vendite a livello mondiale avevano portato ad un fatturato di circa 28 miliardi di dollari, nel 2014, sedici anni dopo, si è scesi a 15 miliardi, praticamente il 50% in meno. Questa enorme emorragia ha portato ad un mercato guidato da soli tre giganti: Sony, Warner e Universal. Negli anni '80 erano addirittura 12 le grandi case discografiche che dominavano globalmente, tutte riassorbite o scomparse, come l'Emi che è diventata parte di Sony e Universal. Queste tre aziende a livello di distribuzione detengono attualmente circa l'80% del mercato, con il 50% delle vendite concentrate in Giappone e Stati Uniti.

A sferrare il primo duro colpo all'industria discografica è stato Napster. La pirateria, che prima si basava sulla duplicazione di cassette e cd, con l'avvento del file sharing diventa immateriale: basta un computer e una connessione internet per trasferire interi album in mp3. Le major hanno impiegato molto tempo a capire la portata della rivoluzione tecnologica, la loro azione è stata all'inizio semplicemente repressiva. Secondo alcune stime di settore nel 2005 ben 36 milioni di cittadini degli Stati Uniti avevano scaricato illegalmente musica, ma anche film.

Ma se l'industria discografica non è arrivata al collasso il merito è di internet e di tutti quei canali che hanno saputo fornire nuovi modi di ascoltare la musica. Oggi si stima che al mondo ci siano quasi 2 miliardi di smartphone, mentre la diffusione di internet nella parte di mondo più sviluppata è ormai capillare. Il download, con servizi come iTunes, e lo streaming, con Spotify a fare da apripista prima dell'avvento sul mercato di tutti gli altri hanno mantenuto in vita il mercato anche se ovviamente non è bastato ad arrestare una contrazione che sembra inevitabile. A dar man forte alle nuove tecnologie sono intervenute anche quelle più vecchie, sono aumentate le persone che amano seguire la musica dal vivo ed è tornato di moda un formato, il vinile, che sembrava essere destinato alle soffitte.

La nota positiva dello scenario attuale, seconda la ricerca MPS, è il grande dinamismo che offre nuove opportunità agli artisti. La "grande crisi" è ormai alle spalle e le nuove tecnologie hanno favorito la diffusione della creatività. I costi di distribuzione si sono abbattuti, questo ha portato alla nascita di migliaia di piccole etichette indipendenti (800 nel solo Regno Unito, 4000 in Europa e 8000 nel mondo). La possibilità di autoprodursi e soprattutto di potersi distribuire senza affrontare le spese proibitive di un tempo ha favorito i giovani artisti. In questo senso però viene messo in risalto l'ennesimo segnale di debolezza delle major che hanno quasi paura di investire sulla musica nuova, preferendo affidarsi ai cavalli sicuri che sono i cantanti e i gruppi già famosi. Come se la lezione degli ultimi due decenni non sia stata perfettamente recepita.

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