La Svezia verso la giornata lavorativa da sei ore

Alcune imprese stanno sperimentando la formula. Che funziona.

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La Scandinavia è, per tutti, la terra della socialdemocrazia, delle tasse "alte sì, ma tutte le pagano volentieri perché funzionano", delle leggi più progressiste in materia di diritti civili e di tante altre belle cose che dal Mediterraneo spesso e volentieri invidiamo (non il tempo, certo). Adesso, a questo elenco se ne aggiunge un altro, perché pare proprio che la Svezia stia gradualmente volgendo verso la giornata lavorativa di sei ore.

Non si tratta di una scelta del governo, nemmeno di un obbligo, ma di una sperimentazione che alcune aziende ed enti pubblici stanno facendo da un po' di tempo (in alcuni casi un bel po' di tempo) e che adesso hanno raggiunto la massa critica necessaria per fare notizia. Un'altra premessa è necessaria: il fatto che si possa sperimentare la giornata lavorativa da 6 ore al giorno (vale a dire 30 ore al mese, vale a dire entrare in ufficio alle 9 e uscire alle 16), è necessario che le buste paghe siano pesanti, che la qualità della vita sia molto buona. In Italia, per molti, sarebbe davvero molto difficile rinunciare a un quarto dello stipendio.

Che succede dunque in Svezia? Succede che, ultimo esempio, a Goteborg il Comune ha deciso di introdurre la riduzione dell'orario d'ufficio in tutti gli uffici pubblici. Risultato? Meno malattie, meno depressione, più dipendenti contenti; di conseguenza anche la sanità pubblica ne ha giovato. Ovviamente, meno ore significa più dipendenti e quindi nuove assunzioni.

Ma a Goteborg devono avere una marcia in più, visto che la sede della Toyota in città ha iniziato la giornata da sei ore da ben 13 anni. Un operaio, che inizia il turno alle 6 del mattino, ha raccontato al Guardian le meraviglie di finire di lavorare alle 12.

Sempre in Svezia, ma questa a Stoccolma, c'è il caso di Filimundus, una società di sviluppo software che un anno fa ha introdotto le sei ore, contestualmente però ha introdotto il divieto di utilizzare i social network al lavoro. Si direbbe uno scambio equo.

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