Destinazione del TFR: il lato oscuro dei fondi pensione

Scelta Tfr30 giugno: scade il termine ultimo per decidere dove destinare il proprio TFR. Circa 8 milioni di lavoratori disorientati e confusi si troveranno a breve a scegliere se destinarlo in azienda o in fondi pensione. Bombardati da offerte commerciali e manuali di istruzioni, molti non hanno ancora capito cosa convenga davvero fare con il trattamento di fina rapporto accumulato in una vita. Fondi negoziali-chiusi, fondi aperti o Piani previdenziali individuali sono le tre possibili opzioni che si contendono il tanto ambito forziere dei lavoratori.

Cosa cambia realmente tra le varie opzioni?

Oltre ai costi di gestione le tre scelte possibili differiscono per rischiosità e rendimenti, ma l’importante, fanno sapere le associazioni consumatori, è non farsi paralizzare dalla varietà. Se entro il 30 giugno infatti non viene formulata la propria volontà di destinazione del Tfr scatta in automatico l’opzione silenzio-assenso con cui i propri risparmi vengono convogliati in automatico in un fondo pensione. I fondi pensione però non garantiscono un reale guadagno essendo soggetti interamente alle leggi di mercato, sebbene esistano anche in questo caso delle linee garantite ovvero forme che garantiscono almeno la restituzione del capitale versato, mentre il Tfr lasciato in azienda si rivaluta per legge ogni anno di un tasso composto da 1,5 per cento più il 75 per cento del tasso annuo di inflazione.

Uno dei vantaggi che caratterizza invece i fondi pensione riguarda la possibilità di ottenere facilmente degli anticipi ad esempio per spese mediche, mentre per il Tfr maturato in azienda sarà indispensabile aver accumulato almeno 8 anni di contributi per poterne usufruire.
Stesse regole invece per l'acquisto prima casa per sé o per i propri figli: dopo 8 anni di versamenti può essere chiesto un'anticipazione sia al fondo sia all'azienda. Infine le anticipazioni possono essere cumulate, ovvero si possono richiedere sia al fondo che al datore di lavoro.

Quali sono le scelte possibili?

Innanzitutto è bene sapere che non tutti sono coinvolti dall’imminente scadenza di fine mese. Non dovranno esercitare la propria scelta infatti i lavoratori pubblici, i lavoratori autonomi, i lavoratori parasubordinati come i Co.pro e i lavoratori domestici come colf e badanti. Vediamo in breve le caratteristiche di fondi e polizze:

I fondi negoziali, sono istituiti sulla base di accordi tra le organizzazioni sindacali e quelle imprenditoriali, e sono anche detti chiusi perché l'adesione è riservata esclusivamente agli addetti di una specifica categoria professionale. Il dipendente che sceglie il proprio fondo di categoria, oltre al Tfr, usufruisce anche di un contributo del datore di lavoro, qualora questo sia previsto dal contratto collettivo e qualora contribuisca anche con una quota della propria retribuzione mensile.

I fondi aperti, invece, sono creati e gestiti direttamente da banche, assicurazioni, Sgr e Sim, Società di investimento mobiliare. Qualsiasi lavoratore può scegliere queste forme integrative al di là della categoria di appartenenza, visto che l'adesione è collettiva. Attenzione però perché se si scelgono in prima battuta si perde, qualora sia previsto, il contributo del datore di lavoro.

Infine i Pip, vere e proprie polizze assicurative la cui sottoscrizione è individuale e, se scelte in prima battuta, non danno diritto ad avere il contributo aziendale.

Sebbene la distinzione tra fondo aperto e fondo chiuso sia piuttosto chiara alcuni dettagli fondamentali sono stati assolutamente trascurati dal circuito di informazione di massa ed in particolare:


  • La scelta di aderire a una forma pensionistica complementare è irreversibile, ovvero non si può poi decidere di tornare ad accantonare il Tfr in azienda mentre è possibile ricollocare il proprio Tfr dall’azienda ad un fondo pensione.

  • È garantita invece la portabilità: dopo due anni di adesione a un fondo si può trasferire a un altro tutto quello già maturato.

  • Mantenendo il proprio Tfr in azienda c’è la possibilità di incassare la liquidazione se licenziati e di utilizzarla poi per ottenere una rendita integrativa alla pensione.

E’ allarme sulla previdenza integrativa

Il matematico dell'Università di Torino Beppe Scienza, noto per il libro scritto subito dopo il crack Parmalat ("Il risparmio tradito"), lancia l'allarme sulla previdenza integrativa e, nel suo nuovo libro "La Pensione tradita", spiega perché conviene tenersi il Tfr. Non aderendo ai fondi pensione. L’attacco all’industria del risparmio gestito cala come una scure sugli istituti di credito e Sgr, già fortemente disdegnate dai lavoratori.

Secondo gli esperti, infatti, solo un terzo dei lavoratori italiani (poco più di 6 miliardi di euro di Tfr) ha deciso di aderire alla previdenza complementare. Un business da 19 miliardi di euro che, quindi, in una percentuale che oscilla fra i 2/3 e i 3/4, rimarrà in azienda (ad eccezione di quelle grandi - con oltre 50 addetti - che dovranno devolverlo a un fondo gestito dall'Inps).

Secondo il matematico almeno per ora, conviene tenere il proprio Tfr maturando in azienda, indipendentemente dalle proprie convinzioni politiche o ideologiche. Troppi sono, infatti, i vantaggi della liquidazione, troppi i difetti e gli aspetti ancora oscuri della previdenza integrativa.

Fra i vantaggi del Tfr, Scienza cita la certezza di incassare la liquidazione se licenziati e, cosa mai detta, la possibilità di utilizzarla poi per ottenere una rendita integrativa alla pensione. Ma anche una difesa quasi perfetta nei confronti dell'inflazione, maggiore di come normalmente descritta (Il Tfr vale i 3/4 del carovita più l'1,5%) e l'assenza di costi di gestione e intermediazione che, nei fondi pensione, intaccano i rendimenti annuali netti che poi vengono corrisposti.

Infine, per quanto riguarda i difetti della previdenza integratíva, Scienza riconosce che risparmiare per la propria vecchiaia non è sbagliato, ma che conviene farlo senza giocarsi il proprio Tfr alla roulette dei fondi pensione. Ci sono, infatti, pericoli di perdite pesantissime oltre che per la scarsa competenza dei gestori di fondi italiani (operano in un mercato ancora giovane e non molto concorrenziale) anche per i rischi a cui sono soggetti i mercati globali. E, non ultimi, anche i vantaggi fiscali effettivi derivanti dall'adesione alla previdenza complementare sono inferiori a quelli sbandierati.

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