E’ tutta questione di class action!

Class action Non piace a Mastella e quindi non passa neanche al Senato l’emendamento sulla class action, nonostante le battaglie portate avanti per anni da volenterosi “paladini” dei consumatori dopo gli scandali Cirio e Parmalat. Accantonato, almeno provvisoriamente, il provvedimento, messo a punto dal senatore dell'Ud, Roberto Manzione, introdurrebbe in Italia l'azione risarcitoria collettiva a tutela dei consumatori, già presente e ampiamente diffusa negli Stati Uniti. Cosa non piaccia esattamente della norma a tutela dei consumatori-investitori non è facile da comprendere, ma il legittimo sospetto è che ci siano lobby annidate nelle maglie politiche, tali per cui l’ostruzionismo sarebbe “super partes” ossia diffuso in tutte le correnti politiche. Rimane il fatto che ai consumatori non resta che accontentarsi di sottoscrivere la solita petizione, nella speranza che raggiunga il numero di firme necessario a far passare il provvedimento nelle "alte sfere".

Considerata alla stregua di un arma di distruzione industriale la "Class action” darebbe, a detta di molti, eccessivo potere nelle mani dei consumatori, mettendo a repentaglio la stabilità di un tessuto industriale di piccole e medie imprese.

Tutt’altra opinione impera oltre Oceano dove l’istituzione del consumerismo nacque nel 1965 quando l'avvocato Ralph Nader mise sotto accusa un modello della General Motors, la Chevrolet Corvair, in un best-seller intitolato "Unsafe at any speed" (insicura a qualsiasi velocità). La Gm che ancora si credeva intoccabile lo trascinò in tribunale per diffamazione e perse, fu condannata a pubbliche scuse e a risarcire Nader. Da quella vittoria nacquero riforme legislative - la cintura di sicurezza, i paraurti rinforzati, i test antishock obbligatori per i nuovi modelli - che dagli Stati Uniti si sono diffuse nel mondo intero.

Basta un prodotto difettoso, un danno alla salute dei clienti, e negli Stati Uniti scattano sanzioni economiche che possono mettere in ginocchio le più grandi multinazionali: dal tabacco all'automobile, passando per i recenti fatti di cronaca sulla pedofilia tra i preti della diocesi di Los Angeles (v. articolo). In nessun altro paese la protezione del consumatore è così efficace.

Questa la forza della "class action", il principio che consente ad un'intera collettività di costituirsi parte civile combattendo su campo legislativo lo strapotere delle lobby. Certo negli Stati Uniti l’impianto legislativo permette una corretta implementazione della normativa sulla class action evitando intasamento di tribunali e lungaggini burocratiche ma costituisce senza ombra di dubbio un potente strumento di tutela dei cittadini-consumatori. Se la Microsoft mette sul mercato un software difettoso, tutti i clienti che l'hanno comprato possono essere rappresentati come una singola parte lesa, da uno studio di avvocati. E non solo: è consentito a uno studio di avvocati "promuovere" il processo alla Microsoft, poi pubblicizzarlo fra i consumatori, in modo da reclutare via via un numero sempre più ampio di clienti.

La legge negli Stati Uniti consente che gli avvocati si prendano una percentuale sull'indennizzo che riescono a ottenere per i propri clienti, se vincono la causa in tribunale o se convincono l'azienda a patteggiare dietro pagamento. A questo punto il fior fiore dell'avvocatura americana è dalla parte dei consumatori: non solo difende una causa nobile, ma guadagna bene.

E l’Italia, come sempre, resta a guardare…

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