ILVA: cassa integrazione per 6500 lavoratori, 6400 a Taranto

L’Ilva chiede la cassa integrazione straordinaria per 6.507 lavoratori, di cui 6.417 dello stabilimento di Taranto. L’azienda, colosso del settore siderurgico di proprietà del gruppo Riva, sotto inchiesta per disastro ambientale, ha motivato la decisione con la ristrutturazione per la bonifica degli impianti inquinanti nel rispetto dell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia).

La Cigs dovrebbe iniziare il 3 marzo e durare 2 anni. Nello stabilimento di Taranto, il più grande d’Europa per lavorazione dell’acciaio, in cassa integrazione ci sono già 2.600 lavoratori, fino a marzo. Il piano dell’Ilva prevede la chiusura dell'altoforno 5, quello numero 1 è già chiuso, con la produzione che calerà a 10mila tonnellate al giorno.

La ristrutturazione aziendale illustrata ai sindacati di categoria, prevede un investimento di di due miliardi e 250 milioni di euro necessari al risanamento, in linea con le prescrizioni dell’Aia del Ministero dell’Ambiente. In cassa integrazione finiranno anche i lavoratori degli impianti di Patrica, in provincia di Frosinone, e del Centro servizi di Torino.

Rocco Palombella, segretario generale della Uilm, intervistato da La Stampa ha detto che:

“Non sono previsti esuberi almeno secondo quanto dichiara l'azienda e sono previsti investimenti per la bonifica si parla in particolare di due miliardi e mezzo di euro di investimenti".

Palombella ha poi aggiunto:

"adesso si aprirà la trattativa sindacale per attenuare la cifra per la rotazione, la formazione e eventuali contratti di solidarietà. Sono numeri che prevedono per due anni lacrime e sangue ma è anche vero che investimenti per la bonifica significano anche che l'Ilva non chiuderà e quindi tra due anni ci sarà nuovo lavoro".

Di recente il giudice per le indagini preliminari di Taranto Patrizia Todisco ha disposto il dissequestro e la vendita dei prodotti a cui erano stati apposti i sigilli il 26 novembre scorso nello stabilimento pugliese, perché erano a rischio deterioramento.

Si tratta di merci per un un milione e 700mila tonnellate, in coils, tubi e lamiere; la vendita dei materiali, sarà gestita dai custodi giudiziari, secondo l'ordine dei contratti già stipulati dall'Ilva. Il ricavato non andrà però nelle casse dell’Ilva ma in un deposito da utilizzarsi a fini di confisca al termine del procedimento giudiziario. L’Ilva ha bollato il, provvedimento del gip come illegittimo e non urgente in quanto è ormai:

“prossimo pronunciamento della Corte Costituzionale"

e perché la procura ha aspettato:

"oltre due mesi per richiedere il provvedimento".

La seconda inchiesta sull’Ilva della procura di Taranto - denominata Ambiente svenduto - riguarda in particolare i rapporti allacciati dai dirigenti della società negli anni e la loro presunta attività finalizzata a:

"ridimensionare problematiche anche gravi in materia ambientale"

e per:

"la prosecuzione dell'attività produttiva senza il rispetto, anzi in totale violazione e spregio"

di qualsivoglia norma di tutela ambientale. Sono accusati di associazione a delinquere il vicepresidente del gruppo, Fabio Riva, suo padre, Emilio, il fratello Nicola, e gli ex manager Luigi Capogrosso, ex direttore dello stabilimento di Taranto, e Girolamo Archinà, ex capo delle relazioni esterne.

Foto © Getty Images

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