Investire in Cina: il problema del cambio

La Cina va sempre di moda, non solo nel campo della manifattura, ma ora anche nell'industria finanziaria: sempre più risparmiatori italiani chiedono di poter investire direttamente nell'economia dell'Impero di mezzo. Difficile dare loro torto visti i fondamentali: la Cina è la seconda economia mondiale ed anche nel 2012 è cresciuta del 7,8 per cento... Peccato che l'impero di mezzo non sia un paese molto integrato nel sistema finanziario internazionale, basti dire che la sua valuta, il renmimbi (o yuan), non è pienamente convertibile.

Questo non ha impedito alla valuta di toccare nelle ultime settimane i massimi contro dollaro da 19 anni a questa parte - quota 6,2. E le previsioni degli analisti sono di un ulteriore apprezzamento nel futuro prossimo: il cambio dovrebbe raggiungere nel giro di dodici, diciotto mesi.

I fondi che investono in Cina normale si concentrano su titoli di stato e obbligazioni societari, ed hanno il Nav in dollari. La differenza sostanziale è tra i prodotti che si coprono contro il rischio delle fluttuazioni del cambio del dollaro e quelli che non lo fanno – e nel secondo caso l'eventuale effetto apprezzamento del renmimbi potrebbe essere compensato dal cambio euro - dollaro.

Ovviamente i fondi che si coprono con i rischi di cambio hanno una volatilità molto minore di quelli che non lo fanno. Si possono dire le stesse cose per i conti deposito e gli Etf – ce n'è uno quotato a Francoforte. Le prospettive economiche della Cina continuano ad essere interessanti, ed oltre a questi fattori c'è anche da considerare che la valuta cinese sta crescendo nei rapporti di forza con le altre valute internazionali. Secondo gli analisti se acquistate un fondo che si copre sui rischi di cambio, si può destinare una quota tra il 3 ed il 5% del nostro portafoglio a questa attività.

Foto: Flickr

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