Banche in crisi? Ci pensa il governo!

Keynes Una mano tesa a cui si sono aggrappati diversi colossi del credito ultimamente. L’intervento statale non sembra più così deprecabile quando in crisi sono i capisaldi del sistema finanziario. Dagli Stati Uniti alla vecchia Europa il soccorso pubblico sembra diventare una vera e propria necessità anche negli stati tradizionalmente liberisti come l’Inghilterra e l’America.

I casi
Sono più di venti da inizio anno gli istituti di credito che hanno richiesto un intervento pubblico. Dalla britannica Northern Rock alla svizzera Ubs, passando per i colossi Usa, Citigroup, Morgan Stanley e Merrill Lynch. Che si tratti di nazionalizzazione (come è avvenuto per Northern Rock) o di cessione di quote del capitale sociale allo Stato (come per Ubs che questa mattina ha ricevuto un finanziamento di 6 miliardi di franchi svizzeri dalla Confederazione svizzera che ha acquisito il 9% del capitale). Se si escludono i salvataggi di Northern Rock (febbraio) e della danese Roskilde Bank (luglio) tutti i maxi-interventi sono avvenuti in poco più di un mese.

I precedenti U.S.A.
A dar via alle danze è stata l’azione del governo Bush del 5 settembre scorso quando, con una manovra da 200 miliardi di dollari (148 miliardi di euro), l’amministrazione ha evitato il collasso di Fannie mae e Freddie mac, i primi due gruppi del Paese che operano nel campo dei mutui. A distanza di sole due settimane, con un evidente effetto domino, ha rischiato il collasso anche il colosso assicurativo Aig, salvato in corner con un’operazione da 85 miliardi. Il salvagente statale non sembra però aver raggiunto in tempo Lehman brothers (14 settembre), che si è trasformata nella più grande bancarotta della storia (640 miliardi di dollari). A queste operazioni è seguita l’approvazione del piano Paulson da 700 miliardi di dollari. Di questi, 250 miliardi saranno utilizzati per soccorrere nove big bancari, come annunciato due giorni fa. A conti fatti, quindi, le autorità di Washington hanno già contabilizzato 535 miliardi di dollari per gli istituti finanziari.

L’Europa non sta a guardare
Nella classifica dei salvataggi si contendono la pole position l’Inghilterra con tre nazionalizzazioni al suo attivo (Northen Rock, Bradford & Bingley e Royal Bank of Scotland) e l’Islanda con l’intervento su tre giganti del credito nazionali: Glitnir, Landsbanki e Kaupthing. Seguono la Danimarca con il salvataggio di Ebh Bank e Roskilde Bank, la Germani con Fortis, il Belgio con Dexia e la svizzera con Ubs. Mentre in Germania si discute sulle modalità con cui salvare Hypo real estate, che ha accumulato un buco da 35 miliardi di euro, il più grande della storia tedesca.

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