La pay per view contagia la stampa

Stampa Rallenta fino a sfiorare l’immobilismo la pubblicità sul Web, creando non pochi problemi al settore editoriale, già duramente provato dalla libera circolazione.
Una soluzione? I micro pagamenti, suggerisce qualcuno.
Si tratterebbe in pratica di pagamenti in decimi e centesimi che, per nulla proibitivi per l'internauta, quando vengono proiettati sull'economia di scala del web possono anche generare milioni di dollari di profitti.

Pay per view
L’iniziativa non è di ultima generazione. Venne infatti lanciata alla fine degli anni Novanta da artisti che usavano il web per distribuire le loro creazioni e dagli afficionados dei MMORPG (massive multiplayer online role-playing game) che li utilizzano per comprare piccole applicazioni o oggetti di uso quotidiano nei mondi digitali nei quali si avventurano, quella dei micropagamenti è una pratica che adesso potrebbe restituire un valore a contenuti che vengono invece distribuiti gratuitamente.

Piccolo pagamento grande informazione
La proposto ben si adatta però al mondo editoriale per supplire al calo dei proventi pubblicitari. Di recente la proposta di sperimentare soluzioni di micropagamento è stata rilanciata con articoli a tutta pagina dal Los Angeles Times, dall'Hartford Currant e dal New York Times che l'hanno presentata come una delle poche misure in grado di salvare i giornali dalla bancarotta. Secondo i dirigenti dei tre quotidiani, la trovata dei micropagamenti permetterebbe di invogliare i free-reader, i lettori della versione web dei giornali stampati, a sborsare una piccola cifra, quasi un obolo, per leggere parte di un quotidiano digitale che adesso leggono gratis.

I limiti della pubblicità
Il problema di come monetizzare la presenza web dei giornali cartacei non è problema di poco conto. Prima del rallentamento economico gli editori, per sanare le voragini di bilancio causate dal crollo delle vendite in edicola, contavano sulle entrate pubblicitarie. Ma la crisi adesso sta colpendo anche la pubblicità online dove il prezzo della manchette media è diminuito quasi del 50 per cento dalla fine del 2007. Anche Google, che sta cercando di ridistribuire le sue risorse per affrontare al meglio questo periodo difficile, ha scelto di porre fine al piazzamento degli AD Sense - la pubblicità dei suoi utenti - nelle pagine dei quotidiani.

Quello su cui bisogna puntare, dicono gli esperti, sono le giovani generazioni. Per un buon 50 per cento degli under 30 infatti la fonte principale dalla quale attingere notizie non è più la tv ma internet. I quotidiani sono solo una terza scelta, e anche una certa distanza.

Nuovi sistemi di pagamento
Certo, organizzare la riscossione di migliaia, o milioni, di pagamenti da pochi centesimi di dollari è una sfida tecnologica di non poco conto. Fino ad ora i giornali per aggirarla avevano invitato i lettori ad aprire un conto sul quale versare 10 o 20 dollari da usare per fare acquisti sul web, oppure finivano per aggregare i pagamenti su un conto gestito da un'altra entità e li ritiravano solo dopo aver raggiunto una certa soglia.

Ambedue soluzioni alquanto problematiche. La prima perché chiede ai lettori di anticipare una certa cifra in vista di acquisti da realizzare in futuro - una soluzione molto simile a quella degli abbonamenti - la seconda perché le carte di credito impongono una commissione per transazione che le rende poco remunerative. Ma con l'avvento di sistemi di pagamento online come Spare Change (che è gestito da PayPal), Social Gold, Zong e altri, i consumatori adesso possono spostare piccole somme lungo i network digitali con grande facilità e senza dover pagare alcuna commissione.

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