Zopa, stop definitivo da Bankitalia

Stop Zopa Stralciato definitivamente dagli elenchi degli intermediari il sito di social lending più famoso d’Italia non eserciterà più la propria attività. L’altolà arriva della Banca d’Italia, che sta esaminando anche la posizione dell'altro sito di prestiti P2P, www.boober.it gestito da Centax.

La vicenda
La notifica di sospensione delle attività è datata 10 luglio. Il motivo? Zopa avrebbe fatto raccolta di pubblico risparmio e non semplice intermediazione di pagamenti a causa della giacenza sul Conto Prestatori Zopa del denaro in attesa di uscire in prestito.

Problemi in vista per Boober
La vicenda potrebbe avere delle ripercussioni anche sull’altro operatore di socila lending, Boober. Sul sito della Banca d'Italia è segnalato che Centax è stata cancellata dall'elenco degli intermediari. Il decreto non è stato però ancora notificato e comunque non riguarda l'attività di prestito, ma le attività di garanzia degli assegni usati dagli utenti per pagamenti nei negozi. Attività che Centax svolge dal 1988.
Bankitalia ritiene che Centax con la sua attività presti fideiussioni a garanzia degli assegni e che dunque dovrebbe avere per questo motivo un patrimonio più elevato di quello attuale per operare.

Nodi al pettine
Diverse le zone d’ombra di questa innovativa forma di prestito sociale: la scarsa o nulla convenienza rispetto ai prestiti bancari, senza contare la bassa tutela degli utenti.

Infine c'era anche la questione della raccolta del risparmio che avviene nel momento in cui i due siti raccolgono il denaro offerto dai prestatori prima di suddividerlo su diversi richiedenti.
Quel che però ha decretato la chiusura di Zopa è stato l’accertamento dell’attività di raccolta del risparmio anziché del semplice trasferimento di fondi tra diversi conti correnti bancari.

Le proposte fatte da Zopa per arginare il problema non hanno convinto via Nazionale che dunque ha revocato l'autorizzazione ad operare. Da segnalare che la procedura di cancellazione era stata avviata il 4 febbraio e che dunque la società aveva avuto ben più di cinque mesi per risolvere la questione.

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