Spotify, la nuova frontiera dello streaming audio

Musica streaming Finita l'era del download illegale. Oggi la musica si ascolta ma non si scarica su supporto materiale. La nuova frontiera della musica digitale si chiama streaming: è legale e a costo zero (per i consumatori).

Portabandiera di questa rivoluzione musicale sono i siti YouTube (per i video), MySpace e, ultimo arrivato, Spotify che assomiglierebbe al negozio online iTunes (nel caso in cui la Apple decidesse di offrire tutto gratis). Spotify ha sviluppato un’applicazione per consentire a chi possiede un iPhone di accedere ai suoi servizi, ma ancora non ha ricevuto l’approvazione della Apple che, invece, sta collaborando con Emi, Sony, Warner e Universal per rilanciare le vendite di album su iTunes Store.

Si tratta in realtà di un software di streamig musicale peer-to-peer creato dall'omonima azienda scandinava nel 2006 e poi esteso a diversi Paesi europei, dove per altro sta andando molte bene, specialmente in UK.

Dall'ottobre 2008 il sito mette a disposizione gratuitamente o, alternativamente con un abbonamento di 9,99 sterline) un archivio di quattro milioni di brani. Finora ha accumulato 2 milioni di utenti.

Come funziona?
Digitato il titolo di una canzone o di un artista, una volta trovato si può ascoltare liberamente.
Non si paga una sterlina per accedere a Spotify che si finanzia con la pubblicità: trenta secondi di spot seguono l’ascolto di una manciata di canzoni. Chi non volesse sottoporsi al bombardamento pubblicitario può scegliere la versione «premium » con una sottoscrizione mensi­le di 9.99 sterline (circa 12 euro).

Tallone d’Achille
Sebbene non tutte le rockstar abbiano interesse nelle potenzialità di Spotify, che paga le royalties e consente agli artisti e alle label un controllo costante sulla tutela del copyright, sono numerosi gli artisti che si stanno convertendo ai nuovi canali. Impossibile, per ora, trovare registrazioni di Metallica, Beatles, Pink Floyd, AC/DC e Led Zeppelin, fra gli altri. Ma non è l’unico punto debole: Spotify, a causa di accordi commerciali con le major discografiche ancora da definire, è disponibile in Gran Bretagna e in pochi altri Paesi europei (l’Italia non è inclusa). Sta cercando di espandersi, non senza difficoltà.

Pare che l’industria discografica americana abbia chiesto delle cifre esorbitanti per permettere a Spotify di offrire i propri servizi anche negli States. Ma è possibile ovviato al problema. Farhad Manjoo, della rivista online Slate , si è collegato al sito utilizzando un proxy server, «un modo per ingannare il servizio e indurlo a pensare che vivo vicino al Big Ben, piuttosto che a San Francisco».

Il nuovo mercato musicale
In un sondaggio della società «The Leading Question» effettuato su mille britannici, il 65% degli adolescenti (14-18 anni) ha dichiarato di dedicarsi allo streaming, e il 31% ogni giorno ascolta musica dal computer collegandosi a siti dedicati. Nell’indagine meno di un terzo dei ragazzi dichiara di scaricare illegalmente la musica: il 26% a gennaio del 2009, ma nel 2007 erano il 42%.

I ragazzi giudicano servizi come YouTube molto più adatti del filesharing tradizionale per scovare novità e rarità. Ma lo stesso YouTube potrebbe diventare un mezzo illegale di diffusione qualora si riesca a 'rapinare' il materiale protetto da copyri­ght».

Italiani in rete
Anche gli italiani mostrano una ve­ra passione per il video sharing e il social network musicale. I dati raccolti da Forrester Research per la Fimi (Federazione Industria Musicale Ita­liana) dicono che lo streaming di video musicali da YouTube rappresenta il 34% del consumo di musica online degli utenti italiani di Internet e supera la media europea che è del 30,7%. Lo streaming video è superiore al filesharing che si ferma al 23% e al download di brani legali che è inferiore al 10%.

Gli italiani dominano in Europa anche per la frequentazione dei siti di social network legati agli artisti, in particolare su Facebook, con il 27,7% contro la media europea del 14,5%. È però ancora basso l’audio streaming : soltanto il 6,8%, mentre la media europea è del 12,8%. Il motivo di questo arretramento è per lo più la mancanza, per il momento, di servizi come Spotify che siano attivi anche nel nostro Paese.

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