Il prezzo del giornalismo d’inchiesta

Giornalismo di inchiesta Paese che vai informazione che trovi, è proprio il caso di dirlo. Se negli Stati Uniti un quotidiano come il New York Times ha ritenuto di dover sborsare 400mila dollari (circa 270mila euro) per sostenere un’importante inchiesta sulle eutanasie praticate quattro anni fa nel Memorial Medical Center di New Orleans durante l'uragano Katrina, in Italia una trasmissione come quella di Report non riceve dalla RAI neanche la copertura legale per eventuali querele.

Il giornalismo americano
La lunga inchiesta di Sheri Fink varrà probabilmente il Pulitzer ma non sarebbe stata possibile senza il sostegno dell’editore.
13mila parole (70mila battute) sostenute da ProPublica, associazione per il giornalismo di inchiesta, che si è fatta carico di copro durre e pubblicare la storia e dalla Kaiser Family Foundation di cui Fink è stata borsista nel 2007 prima di passare a ProPublica.

Il conto sembrerà ad alcuni troppo salato ma per ridimensionare le cifre basta avere una visione di insieme dei costi sostenuti da emittenti ed editori. Zachary M. Seward al Nieman Lab si è divertito a raccogliere qualche cifra:


  • L'ufficio del New York Times a Baghdad costa tre milioni di dollari l'anno
  • quello del Washington Post circa 1 milione
  • l'audit fatto dal "Miami Herald" alle elezioni del 2000 della Florida sono costate al giornale 850mila dollari
  • Per PolitiFact, il progetto che è valso a St. Petersburg Times un Pulizter e misura la veridicità della affermazioni dei politici si stima che il conto sia a sei cifre

Insomma, 400mila dollari sono veramemte tanti soldi per una sola inchiesta soprattutto se Marzorati (editore del NYTimes) ammette un costo di circa 49mila dollari per le copertine del Magazine.

Alla luce di questi dati la Fink avrebbe fatto assolutamente buon uso delle proprie risorse, incassando 43 mila dollari (spese comprese) dalla Kaiser, più 150mila come stipendio lordo annuo da ProPublica, altri 30mila di spese e altrettanti di consulenze legali. A questo sono da aggiungere altri 3 mesi di lavoro fatti da Fink a proprie spese. E al quale va aggiunto il tempo dedicato da Marzoarti e dagli editors del NYTimes.

E in Italia?
Tempi bui per il giornalismo investigativo nel nostro Paese che, come dimostrano i recenti fatti di cronaca, si trova progressivamente esposto senza garanzie e tutele di editori ed emittenti. E’ il caso di Report condotto da Milena Gabanelli a cui la direzione della terza rete ha negato la copertura legale nel caso di querele ed accuse.
L’esperta conduttrice del programma non si sarebbe limitata ad incassare la brutta notizia ma avrebbe cercato un’assicurazione che coprisse le spese legali e l’eventuale danno in caso di soccombenza dovuta a fatti non dolosi. La risposta sarebbe arrivata dal mercato assicurativo internazionale dove la prassi è piuttosto diffusa. Compilato un questionario con l’elenco del numero di cause, l’ammontare dei danni richiesti e l’esito delle sentenze, una compagnia americana e una inglese, tenendo conto del comportamento giudicato fino a questo momento virtuoso, si sono dichiarate disponibili ad assicurare l’eventuale danno, ma non le spese legali.

Quel che ne risulta dunque è che il danno è un rischio che si può correre, mentre le spese legali in Italia sono una certezza: le cause possono durare fino a 10 anni e chiunque, impunemente, ti può trascinare in tribunale a prescindere dalla reale esistenza del fatto diffamatorio! Parola di Milena!

“A chi ha il portafogli gonfio – continua la giornalista - conviene chiedere risarcimenti miliardari in sede civile, perché tutto quello che rischia è il pagamento delle spese dell’avvocato. L’editore invece deve accantonare nel fondo rischi una percentuale dei danni richiesti per tutta la durata del procedimento e anticipare le spese ad una montagna di avvocati. Solo un editore molto solido può permettersi di resistere”.

In Italia oltre al portafoglio spesso troppo leggero dell’editore non esiste uno strumento di tutela per i giornalisti che svolgono inchieste. L’art. 96 del codice di procedura civile punisce l’autore delle lite temeraria, imponendo una sanzione blanda, quasi mai applicata, che si fonda su una valutazione tecnica. Nel diritto anglosassone invece la valutazione è «sociale», e il giudice ha il potere di condannare al pagamento di danni puntivi «chiedi 10 milioni di risarcimento per niente? Rischi di doverne pagare 20».

Fonte: Corriere della Sera

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