Fondi pericolosi: quando i risparmi diventano un'arma

Vi piace sapere che i vostri soldi non rimangono inattivi, che non perdono tempo, si danno da fare e lavorano per voi: è per questo che avete scelto di impiegarli in un fondo di investimento. Ma sapete davvero chi frequentano i vostri risparmi? Siete a conoscenza – e condividete – il fatto che, pur rispettando formalmente la legge 185 del 1990 (che ha stabilito vincoli stringenti per le esportazioni di armi e per le operazioni bancarie a esse collegate), quasi tutte le banche italiane continuano a investire in aziende che producono armamenti?

Lo studio Ires
Uno studio-pilota, dal titolo "Finanza e amarmenti: le connessioni di un mercato globale", realizzato dall’Ossevatorio sul Commercio di Armi (Os.C.Ar) di IRES Toscana (Istituto di ricerche Economiche e Sociali) e presentato la settimana scorsa durante la fiera milanese “Fa' la cosa giusta!”, ha indagato i legami nascosti tra il mondo delle banche e quello delle aziende del settore bellico. L'indagine è stata ampia e accurata, come ha spiegato Chiara Bonaiuti, coordinatrice del progetto e direttrice dell'Osservatorio sul commercio di armi di Ires Toscana: "La ricerca ha analizzato circa 400 fondi comuni italiani che pubblicano in rete i dati relativi ai primi 50 titoli in cui è investito il patrimonio. Incrociando questi dati con l’elenco delle prime 100 aziende produttrici di armi elaborato dal SIPRI (l’autorevole istituto di ricerca indipendente di Stoccolma) si è potuto operare una prima stima del coinvolgimento dei fondi italiani nel sostegno alle aziende che producono armi".

I risultati
Lo scenario è risultato tutt'altro che incoraggiante per chi ha cuore anche l'aspetto etico dell'impiego del proprio denaro. Su 417 fondi di investimento con componenti azionari presi in esame, in ben 288, tra i primi 50 titoli, sono state rilevate azioni di aziende del settore bellico (le prime 100 al mondo per quanto concerne il livello di fatturato). In parole povere, ciò, per gli investitori, si traduce in una probabilità del 69% di vedere impiegati i propri risparmi nell'acquisto di azioni di aziende a produzione militare. Per esempio, 85 fondi detengono azioni Finmeccaninca nel loro portafoglio, per un totale di 5 miliardi di euro.

Buoni (pochi) e (molti) cattivi
Secondo la ricerca, a cadere nel peccatuccio sono più facilmente i gruppi bancari maggiori. Non vanno trascurate, tuttavia, le responsabilità di quelle banche che non hanno policies o codici di responsabilità riguardanti il settore bellico. Quest'ultime, anzi, sono quelle che con più elevata probabilità investono in azioni di imprese impegnate nella realizzazione di armi inumane come le mine antipersona o le munizioni cluster. Nonostante sia stato fatto molto nel campo del contrasto al finanziamento (all'insaputa dei clienti) all'industria bellica, resta ancora molta strada da compiere, come sottolineano i ricercatori che hanno portato avanti l'indagine: "Ma a fronte di una generale maggior trasparenza da parte delle banche va segnalato che da due anni la Presidenza del Consiglio ha deciso di non pubblicare la sezione della Relazione annuale (richiesta dalla Legge 185/90) che riportava le singole operazioni autorizzate e svolte dagli Istituti di credito, sottraendo così la possibilità di verifica sull’effettiva attuazione delle direttive emanate dalle banche".

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