I giovani sono i più assenti sul lavoro

Giovani e in salute? Accadeva un tempo, forse; al giorno d'oggi, sembra che la salute sul posto di lavoro di chi ha tra i 25 e i 34 anni sia più precaria di quella di chi ha passato gli "anta". Questo, almeno, è quanto emerge dalla ricerca "Paese Italia, la salute nelle organizzazioni di lavoro", realizzata da Fondazione ISTUD per il ministero del Welfare.

Più ammalati tra i giovani
Partendo da una ridefinizione del concetto di salute non nei termini di "assenza di malattia", ma piuttosto di "star bene" sul posto di lavoro, la ricerca ha indagato l'importante tema della salute sui luoghi di lavoro. I risultati, per certi versi, non hanno lesinato sorprese: i giovani tra i 25 e i 34 anni, tanto nel settore privato quanto in quello pubblico, si ammalano mediamente il 27% in più dei collaboratori "senior" (45-55 anni).

La mente ha il suo peso
Secondo i ricercatori, tali risultati possono essere stati determinati in maniera assai rilevante da motivazioni psicologiche. Se in temi recenti diversi studi hanno dimostrato che nelle aziende dove c'è un buon clima i dipendenti sono più motivati e produttivi, lo studio dell'ISTUD ha sottolineato come proprio i lavoratori più giovani siano quelli che maggiormente risentono dell'atmosfera che si respira in azienda.

Tenersi lontani dal lavoro per fuggire le delusioni
Spiega Giulia Marini: "I giovani sono esigenti, cercano un significato nel lavoro che fanno, ma non sempre hanno la possibilità di trovarlo. E questo li delude, fino a farli stare male. In Italia la gran parte dei trentenni vive ancora in famiglia (quasi il 60% dei 25-29enni e oltre il 30% dei 30-34enni): è quindi pensabile che il nucleo familiare possa costituire una sorta di scudo di protezione, che può condizionare inconsapevolmente i giovani lavoratori a stare a casa in malattia".

L'esperienza insegna a combattere la delusione
A tenere i lavoratori più esperti al riparo dalle malattie, invece, sarebbe la maggiore esperienza: uno scudo capace di ripararli dai sovraccarichi emotivi cui il lavoro, talvolta, espone. In questo senso, suggerisce la ricerca, sarebbe fondamentale incentivare le pratiche di tutorship e mentoring all'interno delle aziende, costruendo un ponte più saldo tra giovani e "vecchi" impiegati.

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