Poche donne nei Cda. Dov’è il problema?

Laureato, uomo, con una solida esperienza: l’Osservatorio sul diversity management della Sda Bocconi descrive così il membro ideale dei consigli di amministrazione delle aziende del Belpaese dopo avere condotto un esame su 300 curricula di consiglieri delle aziende quotate in Borsa. I risultati dell’indagine vedono le donne escluse dalle poltrone che contano.

Il pericolo dell’immobilismo
Il tutto può essere letto secondo due accezioni: è vero che per fare l’ingresso trionfale nei Cda è necessario rispondere a determinate caratteristiche di merito, ma, se questo è positivo, è inevitabile constatare che la perpetuazione di questo sistema di selezione rischia di sprofondare le aziende italiane in una condizione di immobilismo. Una stasi in cui chi decide la sorte delle imprese non solo sono uomini, ma anche inusualmente uniformi per profili e competenze.

La ricerca
Lo studio svolto dai ricercatori della Bocconi, dal titolo The different facets of diversity in boards of directors, si è posto l’obiettivo di confrontare i profili dei membri dei board di direzione con quelli delle donne potenzialmente candidabili per ruoli di presidenza.

Le caratteristiche essenziali per raggiungere i Cda, secondo quanto risulta, sono un titolo di studio economico/finanziario, l’età anagrafica alla nomina e la presenza di una qualifica post-laurea. Particolarmente importante, poi, risulta essere il campo delle esperienze: il consigliere di amministrazione tipo ha lavorato in città e Paesi diversi, in differenti aziende e ha saputo tessere nel corso degli anni una rete relazioni professionali no profit. Nel dettaglio, il 45% del campione dei board member ha cambiato tre aziende prima della nomina, il 30% dopo la nomina a consigliere ha ricevuto altre cariche in CdA, il 20% è stato nominato in un’azienda di famiglia e il 10%, prima della nomina, è stato membro di un ente non profit.

E le donne?
Le donne nei Cda sonopoche, ma in molti casi non ritengono utile l’istituzione delle tanto discusse
quote rosa. Come sostiene Monica Pesce, board president di Professional Women’s Association: “Le donne dovrebbero entrare nei consigli d'amministrazione non per questioni di "uguaglianza", ma perché hanno competenze e skills necessarie alle aziende e all'efficace funzionamento di un CdA".

E in verità, secondo quanto rilevato dalla ricerca, i curricula delle donne “ready for” ricalcano sostanzialmente quello dei colleghi uomini. Con un confronto tra i due percorsi professionali, si notano solo alcune piccole differenze: le donne sono mediamente più giovani (il 70% di loro è nato dopo il 1960), mostrano una minore mobilità, soprattutto interaziendale (hanno comunque cambiato in media due aziende e due città e fatto uno spostamento all’estero) e il 65% di loro ha un incarico in enti non profit. Inoltre il livello di istruzione delle "ready for" è mediamente più alto (il 42% di queste donne ha un titolo post-graduate) poiché è più diffuso l’investimento nella formazione.

Con questo andamento, come si evidenzia da più parti, il principale rischio che si corre non è tanto quello dell’esclusione delle donne dai ruoli dirigenziali, quanto l’immobilismo delle aziende italiane. Fa notare Martina Raffaglio, componente del team dell’Osservatorio, si rischia di: "creare gruppi molto omogenei all’interno dei CdA, con una conseguente omologazione del pensiero tra i membri del team. Quando si affrontano compiti complessi e sfidanti, può diventare un limite. Una pluralità di competenze ed esperienze potrebbe invece aumentare la qualità e l’efficacia dei processi di decisione dei board”.

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