La famiglia para la crisi

La sconfitta dello stato sociale, il trionfo del “mammonismo” all’italiana o semplicemente la sconfortante evoluzione del mercato del lavoro in tempi di crisi economica? Qual è l’immagine che viene scattata dalla Banca d’Italia con una ricerca sugli effetti della crisi in Italia? Qualunque sia l’interpretazione che se ne vuole dare, lo studio di Bankitalia non lascia presagire alcunché di confortante. Di fronte alla disoccupazione galoppante, a quanto pare, l’unica rete di salvataggio di qualche utilità che ha difeso gli italiani da una rovinosa caduta è stata quella tessuta dalle famiglie.

Se la disoccupazione è un affare di famiglia
Al centro dello studio della banca centrale è il jobless households rate, ossia l’indicatore che dà conto della quota delle famiglie in cui tutti i componenti sono senza lavoro rispetto al numero totale delle famiglie.

Secondo la rilevazione, il numero di famiglie senza lavoro nel nostro Paese sono in aumento. 2,5 milioni nel 2009 (pari al 15% della popolazione di riferimento) le jobless households sono cresciute del 10% in un anno, con un aumento percentuale sulla popolazione di riferimento di oltre mezzo punto percentuale. Alla crescita di nuclei familiari completamente sprovvisti di lavoratori, hanno fatto da corollario la crescita di famiglie con un solo adulto occupato (+2,2%) e la riduzione di quelle con due adulti occupati (–3,3%). Dati che, secondo Bankitalia, esemplificherebbero senza alcun dubbio il ruolo da ammortizzatore sociale svolto dalla famiglia durante il periodo di crisi.

In virtù di questi dati, il nostro risulta comunque uno dei Paesi con il più basso tasso di jobless households. “Ciò dipende dalla minore presenza di famiglie con un solo componente in età di lavoro (la tipologia a maggior rischio non-occupazione) – spiegano da Bankitalia – e potrebbe segnalare una più accentuata tendenza degli italiani a vivere in famiglie "allargate" (con più adulti oltre al capofamiglia e al coniuge) e a costruire un nucleo familiare solo se occupati"

Non è un Paese per giovani
A rendere lo scenario ancora più scoraggiante sono i numeri che riguardano le prospettive dei giovani. Secondo Bankitalia è difficile che i figli, oggi, possano sperare di avere un futuro socio-economico migliore di quello dei genitore: tra il 2008 e il 2009 il tasso di occupazione della popolazione tra i 15 e i 64 anni è calato di 1,2 punti percentuali e questa flessione è ascrivibile ai figli per 0,9 punti e ai capifamiglia per solo 0,3.

A pagare il prezzo della crisi, dunque, secondo la banca centrale sono stati essenzialmente i giovani che vivono in famiglia, mentre con i capofamiglia il periodo nero dell’economia ha calcato molto meno la mano

L’interpretazione e i dubbi di Bankitalia
Guardando ai numeri, Bankitalia non si è risparmiata in commenti, spingendosi anche a riflettere sulle possibili linee di sviluppo del futuro italiano.

Si chiedono alla Banca d’Italia: "Quanto a lungo la famiglia avrà la capacità di attutire gli shock negativi? In secondo luogo, è equo questo modello sociale? Affidare alla famiglia un ruolo vicario rispetto alle politiche pubbliche significa ammettere che vi è una rete di protezione differenziata a seconda della famiglia d'origine".

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