Dl Ronchi: è tempesta sulla privatizzazione dell'acqua

Privatizzazione acqua I servizi pubblici locali navigano a vista. Col primo gennaio 2011 infatti la gestione dell'acqua si ritrova di fronte a un "'intrigo di norme'', tra la mancata abolizione degli Ato (Ambiti territoriali ottimali) salvati dal decreto Milleproroghe e le scadenze del decreto Ronchi per l'affidamento della gestione.

La questione riguarda da vicino 56 milioni di cittadini regolati da 92 Ato, 45 al Nord, 19 al centro e 28 al Sud. In totale le societa' affidatarie sono 114 (74 al nord, 19 al centro, e 21 al sud), la media nazionale e' di 1,7 per ogni Ato. L’allarme è stato lanciato dal vicepresidente di Federutility Mauro D’ascenzi.

Decreto Ronchi

Il dl Ronchi nasce dall’esigenza di regolare la modalità di affidamento di alcuni servizi pubblici (acqua, rifiuti) e allinearli alle direttive Ue. Gli affidamenti degli Ato (92 sparsi in tutta la penisola) possono essere concessi a società 'in house', miste, oppure attraverso gare. Ora, secondo il Dl Ronchi le cui scadenze non sono oggetto di proroga, alcuni di questi affidamenti (69) potrebbero ''non essere più legittimi''. In questo caso, le date limite sono essenzialmente tre:

30 dicembre 2010:
scadono gli affidamenti alle società miste nelle quali la scelta del partner privato è avvenuta senza gara ad evidenza pubblica; scadono anche le gestioni in house nelle quali l’ente pubblico (o gli enti) non esercitano sulla società un controllo analogo a quello esercitato sui propri uffici e non vi è prevalenza nell’attività svolta verso l’ente proprietario. Scadono poi le gestioni in economia e quelle delle aziende speciali.

31 dicembre 2011
scadono le gestioni in house conformi alla disciplina comunitaria affidate prima della riforma. Vanno invece a scadenza naturale se privatizzano almeno il 40% con una gara ad evidenza pubblica, e gara a doppio oggetto (la qualità del socio e l’attribuzione di compiti operativi).

31 dicembre 2013
scadono le gestioni affidate direttamente a società quotate in borsa a meno che non privatizzino il 30% delle quote azionarie, mentre al 31 dicembre 2015 scadono le gestioni affidate direttamente a società quotate in borsa a meno che non privatizzino il 40% delle quote azionarie.
Su quella che da alcuni movimenti viene definita come la 'privatizzazione' della risorsa idrica, si aspetta ora la sentenza della Corte costituzionale che entro oggi dovra' esprimersi dirimendo i 4 quesiti sottoposti.

Abolizione degli Ato
Con questo provvedimento il legislatore intendeva porre un limite agli sprechi della politica. Gli Ato sono nati negli anni ’90 con l’intento di superare i confini politici e amministrativi e ridurre la frammentazione delle gestioni. La loro introduzione nel settore idrico risale al 1994 con la Legge Galli. Il processo per la definizione dei confini degli ambiti è stato lungo: queste aree finivano per coincidere non tanto con il profilo geomorfologico o idrogeologico ideale quanto con i confini amministrativi delle province.

Prima che slittasse l'abolizione degli Ato, le Regioni avrebbero dovuto provvedere con proprie emanazioni a supplire all'organo mancante entro la fine del 2010. Ma per il vicepresidente di Federutility le regioni sono ''ferme'', anche se ognuna aveva pensato a una soluzione diversa: per esempio, ''la Toscana puntava a una struttura simile a un Ato unico, cosi' come la Liguria, oppure l'Emilia-Romagna che ipotizzava di formarne tre''. L’unica regione ad aver già previsto un provvedimento per la riorganizzazione della gestione idrica però sarebbe stata la Lombardia.

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