Piazze infiammate dal prezzo del pane

Le voci che arrivano dall’altra riva del Mediterraneo sono concitate. Il 2011, nel Maghreb, si è aperto tra rivolte, proteste e morti: Algeria e Tunisia paiono incendiate da un’ondata di dimostrazioni che rendono visibile la disperazione di una generazione. Il lavoro non si trova, i prezzi dei beni primari crescono e le legittime rivendicazioni sfociano nella violenza: una storia moderna, ma che dovrebbe essere ben nota – e da lungo tempo – a noi italiani.

Cosa sta succedendo in Maghreb
Dalla settimana scorsa, le strade e le piazze di diverse città in Algeria e Tunisia sono incendiate da proteste che non accennano a placarsi. Disoccupazione, caro vita, mancanza di certezze per il futuro hanno spinto moltissimi giovani dei due paesi a dare visibilità al loro malessere, che la polizia fatica ad arginare.

In più occasioni, anzi, durante le proteste sono scoppiati incidenti, anche aspri, tra forze dell’ordine e manifestanti. Tanto in Algeria quanto in Tunisia, purtroppo, negli scontri sono rimaste uccise alcune decine di persone.

Particolarmente grave il bilancio tunisino. Secondo quanto riferito dal sito internet della radio tunisina Kalima, dall’inizio delle manifestazioni i morti sarebbero 50 (16 nella città di Tala, 22 a Kasserine, 2 a Meknassi, 1 a Feriana e 8 a Reguab). I numeri forniti dal governo, che tuttavia confermano alcuni decessi tra i manifestanti nel corso di scontri a fuoco con la polizia, parlano di 8 persone uccise.

Più lieve, anche se non rassicurante, il bilancio algerino. Nel corso delle proteste che hanno preso il via mercoledì scorso, in Algeria sarebbero morte tre persone (quattro secondo il giornale al Watan), mentre il governo conferma il ferimento di 300 agenti. La situazione del Paese rimane comunque in una pericolosissima fase di stallo, come testimoniano i dati del Fondo Monetario Internazionale, che fotografano un’Algeria in cui il 75% della popolazione ha meno di 30 anni e il 20% dei giovani è disoccupato.

Paura fondamentalista
Ciò che spaventa e preoccupa gli analisti di tutto il mondo è che le proteste di questi giorni possano saldarsi con il fronte fondamentalista islamico, dando vita a una pericolosissima miscela esplosiva. La preoccupazione è ravvivata dall’arresto – effettuato in Algeria proprio durante la prima notte di scontri – di Ali Benhadj, numero due del disciolto Fronte islamico per la salvezza algerino (Fis).

Vietato banalizzare
Depotenziare le proteste come una manovra dei fondamentalisti sarebbe però estremamente pericoloso. Il problema del caro vita è reale. Lo dimostra il fatto che, il 5 gennaio scorso, la Fao e il suo capo economista Abdolreza Abbassian abbiano lanciato l’allarme sul sensibile rincaro dei prodotti alimentari, il cui prezzo – con l’eccezione del riso – è aumentato del 50% esponendo a rischi di rivolte sociali nei paesi più poveri.

Secondo l’analisi svolta dalla Fao, i periodi di siccità avuti in Russia e Kazakistan e le alluvioni dell’Europa centrale, Canada e Australia hanno provocato una riduzione nella produzione del grano, che a sua volta ha determinato – rispetto allo scorso anno – un aumento del 50% dei prezzi del grano e l’incremento dell’11% della bolletta dell’import di cereali dei Paesi in deficit alimentare. Una situazione complessiva, dunque, che espone numerosi Paesi al rischio di “rivolte del Pane”.

Quando il Maghreb era l’Italia. Quanto è piccolo il mondo
Un fenomeno nuovo quello delle rivolte del pane? In Italia sappiamo bene che non è così. Era il 5 maggio 1898 quando, di fronte all’ennesima tassa sul pane (che fece passare il prezzo del pane da 30 a 65 centesimi al chilo), Milano insorse (insurrezione passata alla storia come la Rivolta dello stomaco). Per ristabilire l’ordine, il generale Bava Beccaris – cui venne affidato il compito dal governo – non esitò a fare sparare sulla folla, provocando una carneficina (le vittime sono stimate tra le 88 e le 300).

Più di cento anni dopo Milano – in un mondo completamente diverso da quello di allora – c’è ancora chi muore per proteste legate ai beni primari. Un segnale non incoraggiante, che dovrebbe condurre a profonde riflessioni circa la giustizia del sistema in cui siamo immersi. Come dire... la miseria è un rischio sempre attuale, ovunque.

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