Giovani e sottoinquadrati: lo sperpero di capacità

Le proteste degli ultimi mesi, nonché le recenti dichiarazioni del ministro Gelmini circa l’inutilità di alcuni corsi di laurea hanno riacceso l’attenzione sulla situazione dei giovani italiani. Tanto alla riforma universitaria, quanto alle proteste scatenate contro il provvedimento e alle polemiche che, a partire dagli infuocati giorni dei cortei romani, ogni tanto si rinfocolano, almeno questo merito va riconosciuto: di tanto in tanto, anche nel nostro Paese, è tornato d’attualità chiedersi come se la passino i giovani. Una spiegazione al malcontento diffuso, soprattutto tra gli universitari, si può forse trovare leggendo quanto a fine settembre scorso ha scritto l’Istat nel rapporto Ingresso dei giovani nel mercato del lavoro.

L’indagine
I dati raccolti nello studio si riferiscono al 2009, ma si possono certamente ritenere attuali. Oltre ai livelli di occupazione, al tasso di disoccupazione e agli aspetti legati alla retribuzione di chi ha un’età compresa tra i 14 e i 35 anni, lo studio dell’Istat indaga sulle caratteristiche delle carriere professionali intraprese dai giovani.

Quello che lo studio Istat testimonia a proposito del mercato del lavoro italiano è, per quanto riguarda i laureati e i diplomati, un diffusa presenza di fenomeni di sottoinquadramento. In poche parole: dopo avere studiato ed essersi preparati per anni a un determinato tipo di lavoro, molti giovani italiani in possesso di una laurea o di un diploma di maturità si trovano impegnati in mansioni per cui il loro titolo di studio non sarebbe necessario.

Nel dettaglio, riferisce l’Istat, nel secondo trimestre 2009 circa 2,2 milioni giovani fino a 34 anni non più in istruzione laureati e diplomati (il 47,1% del totale) possiede un titolo superiore a quello maggiormente richiesto per svolgere quella professione.

La diffusione del sottoinquadramento
In generale, il fenomeno del sottoinquadramento non conosce limiti regionali, né argini imposti dalla tipologia di contratto e dalle condizioni socio-culturali della famiglia di provenienza. È pur vero, però, che ci sono zone del Paese (come le regioni centrali e meridionali) dove i giovani italiani fanno più fatica a trovare un lavoro in linea con i propri studi e che le donne laureate riescono a far valere i propri titoli accademici più difficilmente rispetto agli uomini.

Per quanto riguarda le tipologie di contratto, si segnala che l’inadeguatezza del primo lavoro rispetto al livello d’istruzione è una piaga conosciuta sia da chi ha un contratto di lavoro dipendente a tempo indeterminato (1.242.000 unità, il 48,3% dei laureati e diplomati con le stesse caratteristiche) sia dai lavoratori atipici (770 mila unità, il 51,2% dei laureati e diplomati con le stesse caratteristiche).

Considerate queste statistiche, e dunque il gran numero di giovani impegnati in lavori che non rispecchiano capacità e aspettative, è comprensibile che uno studente si faccia qualche domanda e – magari – alzi la voce?

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