Privatizzzazione dell'acqua: chi se la beve?

Business acqua Difficile che si tratti di una semplice riorganizzazione funzionale e gestionale. In ballo c'è infatti un business da 64 miliardi di euro (diluiti in 30 anni). La riorganizzazione gestionale dell’acqua italica è un boccone ghiotto per maxi utility italiane e straniere, già lanciate nella corsa all’oro blu.
Salvo restando il referendum di giugno naturalmente (leggi le decisioni della Corte in merito).

Il bottino è cospicuo: in vendita infatti c’è l’anticiclico mercato delle bollette (cresciute del 65% dal 2002) e la gestione dei 64 miliardi di euro di investimenti infrastrutturali. In progetto infatti c’è la risistemazione dei 300 mila km di tubi malconci, da cui si perdono 47 litri ogni 100 immessi in rete, con un danno, stima La Repubblica, di 2,5 miliardi l’anno.

Il termine imposto dal Decreto Ronchi per l’apertura della rete ai privati è fine dicembre, a meno che non passi il referendum abrogativo previsto per giugno.

Il risiko dell’acqua

Tra i “big” in lizza per la spartizione della torta dei finanziamenti pubblici c’è Acea la municipalizzata romana nel cui capitale sta crescendo rapidamente il gruppo Caltagirone (attivo nelle costruzioni), ha già oggi 8 milioni di utenti in diversi Ato a cavallo tra Lazio, Toscana e Umbria. Non solo. La società capitolina non ha mai nascosto il suo interesse per l'Acquedotto Pugliese (che Nichi Vendola sta cercando di blindare in mano pubblica) e ha iniziato a muovere i suoi primi passi anche verso la Lombardia.

Ultima nata del settore la Iren, la utility nata dalla fusione delle municipalizzate di Genova, Torino, Parma, Piacenza e Reggio Emilia e partecipata da IntesaSanpaolo, pare stia contendendo lo scettro ad Acea. Opera già in Emilia, Liguria, Piemonte, Sardegna e Sicilia. E ha stretto un'alleanza azionaria di ferro con F2I, il fondo per le infrastrutture di Vito Gamberale, pronto a una scommessa importante sul business dell'acqua.

Scalda i motori anche Hera, la utility bolognese, forte nella regione d'origine. Mentre A2a e Acegas si muovono per ora solo a livello locale. Chi sono i big stranieri pronti a scalare l'acqua tricolore? Due hanno già scoperto le carte: Suez, il colosso transalpino, in campo a fianco dell'Acea, con cui già lavora in Toscana e Umbria e il rivale francese Veolia, che distribuisce l'acqua nell'Ato di Latina, a Lucca, Pisa, Livorno e nel Levante ligure. Una sbirciatina al dossier Italia l'hanno data gli inglesi di Severn Trent (che ha già messo un piedino in Umbria) e gli spagnoli di Aqualia sbarcati da tempo a Caltanissetta.

Privato conviene?

Secondo i dati raccolti nelle varie gestioni regionali assolutamente no. Dal punto di vista dell’utente finale infatti la gestione privata comporta maggiori spese in bolletta ma anche più investimenti nella rete. Gli affidamenti degli Ato ad aziende miste o private che hanno promesso più investimenti hanno comportato un balzo secco della bolletta. Nel 2002 ogni italiano pagava in media 182 euro l'anno per il servizio idrico. Oggi siamo a 301, il 65% in più. Gli abitanti di Toscana (462 euro di spesa l'anno), Umbria (412), Emilia (383) e Liguria (367) - le regioni dove il processo di privatizzazione è più avanti - sono quelli che scontano prezzi più elevato (i lombardi, per dire, spendono 104 euro). Dei 25 Ato con tariffe al top, 21 sono privati o in gestione mista. A Latina - dove il Comune è affiancato da Veolia - i costi sono schizzati "tra il 300 e il 3000%" calcola Bersani e 700 famiglie si autoriducono ogni mese la bolletta pagando il giusto (dicono loro) al Comune.

Acqua low cost

Siamo comunque in una condizione privilegiata rispetto ai nostri vicini europei. Un berlinese paga per l'acqua quasi mille euro l'anno, a Bruxelles la bolletta è di 580, a Varsavia 545. A Barcellona, Oslo, Helsinki e San Francisco siamo al doppio dei 200 dollari della capitale italiana.

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