Liberi professionisti: tanti e "poveri"


Il libro "I professionisti e il sindacato: tra scoperta e innovazione", curato da Davide Imola, responsabile delle professioni per la Cgil, fotografa la realtà dei 6 milioni di lavoratori autonomi italiani, il "popolo delle partite Iva", che nell'ultimo ventennio hanno visto un'autentica esplosione nei numeri, meno eclatante a guardare i loro redditi. I cosiddetti "capitalisti molecolari", 80% in possesso di un titolo d'istruzione superiore come la laurea, superano i 15 mila euro di reddito annuo soltanto nel 56,4% dei casi.

Quasi la metà rimane in un range di reddito basso, con un livello di contribuzione previdenziale non adeguato e che difficilmente gli garantirà nel futuro, sempre più incerto, un trattamento pensionistico degno di questo nome. Questi soggetti, troppo spesso, non scelgono di essere liberi professionisti, ma sono obbligati ad esserlo da un mercato del lavoro che comprime le tutele e le garanzie in cambio della possibilità di una forma di collaborazione da "esterno".

La Cgil, con colpevole ritardo, ammette che per "questi lavoratori è cresciuta la necessità di rappresentanza e, in assenza di un'iniziativa sindacale adeguata, sono proliferate le forme di auto organizzazione". La nascita della Consulta del lavoro professionale del primo sindacato italiano cerca di fornire una risposta a queste categorie e sono già nate 62 associazioni (in gran parte gruppi informali) che in diversi settori hanno scelto di sostenere la Cgil in un percorso di rappresentanza tutto da sperimentare.

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