Rapporto Cnel sul mercato del lavoro: "Mai così male dal dopoguerra"

Per il Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro il 2013 è il peggior anno della storia dell'economia italiana dal secondo Dopoguerra.

Il Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro ha presentato oggi, martedì 1° ottobre 2013, il rapporto sul mercato del lavoro dal quale emergono dati molto preoccupanti: il 2013 viene presentato come l'anno "peggiore della storia dell'economia italiana dal secondo Dopoguerra" con circa due milioni di persone in più che si trovano in quella che viene definita "l'area della difficoltà occupazionale" e una situazione che può avere "conseguenze sociali allarmanti". Tutte espressioni che tagliano le gambe anche ai più ottimisti.

In particolare, gli economisti del Cnel evidenziano che la disoccupazione ha superato il 12% e una parte dell'aumento di questo tasso è molto probabilmente di carattere strutturale: questo significa che molti disoccupati e inoccupati rischiano di non riuscire più ad accedere al mondo del lavoro e restare per molto tempo fuori dal processo produttivo.
Servirebbe una crescita del Pil del 2% all'anno per poter abbassare il tasso di disoccupazione all'8% entro il 2020 e forse questo obiettivo, anche se non esagerato, al momento non è proprio alla portata del sistema italiano, la cui situazione continua a peggiorare a causa soprattutto dell'instabilità politica.

Nel rapporto Cnel si legge anche che i lavoratori di età compresa tra i 55 e i 64 anni sono circa 277mila di più del 2011, e questo è un effetto della riforma Fornero che ha allontanato il momento del raggiungimento della pensione.
Un dato positivo è invece l'aumento dell'occupazione femminile, con le donne che rappresentano oltre il 42% delle forze lavoro (mentre nel 2007 erano il 40,5%) con un tasso salito in sei anni dal 39,7 al 41,6%, l'1,2% in più rispetto al 2011.

Anche per i giovani tra i 15 e i 29 anni il tasso di attività è in aumento, ma rappresentano meno del 7% degli attivi (gli over 55 invece sono il 12%) e inoltre persiste il problema dei Neet, cioè di coloro che non lavorano, non studiano né sono in fonazione (not in employment, education or training): rappresentano il 23,9% della popolazione giovanile, nel Sud addirittura il 35%. Gli economisti hanno sottolineato che la situazione dei giovani italiani conferma una volta di più che c'è un vuoto "tra i risultati del sistema formativo e la domande di lavoro e il progressismo incremento del fenomeno dell'aver education".

Triste anche il capitolo dei precari, che sono quasi tre milioni tra dipendenti a tempo determinato e parasubordinati e rappresentano il 12,6% degli occupati in totale. Rispetto al 2007 il rischio di precarietà per i giovani è salito del 6%.

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