Il lavoro diventa mobile in Ikea, nuove forme di part time a misura di mamma

Part time Ostracizzato dai manager e demonizzato dai direttori del personale il Part time non riesce a farsi piacere alle imprese italiane. Che sia orizzontale o verticale, in forma di contratto di formazione, rapporto di apprendistato, contratto a termine o indeterminato questa modalità di lavoro flessibile non sembra soddisfare le aspettative dirigenziali sulla produttività, lo attesta una recente indagine della Robert Half Executive Search, società internazionale di ricerca di personale qualificato. Se all'estero c'è un 58% medio di interpellati che ritiene la lunghezza dell'orario di lavoro non determinante ai fini della produttività e soltanto il 28% del campione pensa che i lavoratori a tempo pieno siano più efficaci, in Italia le due percentuali diventano rispettivamente il 46% e 50%.

Mamme lavoratrici all'italiana

Il part time rientra tra le strategie di conciliazione più gettonate dalle mamme lavoratrici italiane che vi fanno ricorso nel 45% dei casi al Nord e nel 35% nel Mezzogiorno, mentre non sembra decollare la pratica dell'asilo aziendale o inter-aziendale. Inutile sottolineare come gli asili aziendali siano già parte di programmi di "work-life balance" di molte imprese negli Stati Uniti (con una spesa di 1,75 milioni di euro) e Gran Bretagna (80 milioni di euro, più della meta della spesa europea totale).

La scarsa attenzione di governo e imprese alle esigenze familiari delle lavoratrici incide in maniera significativa sul tasso di crescita della popolazione. Secondo l'Istat nel 2005 6 donne su 10 avrebbero desiderato due figli mentre 2 su 10 almeno 3, ma di contro, dell'oltre mezzo milione di italiane che nel 2004 hanno già un figlio, ben 4 su 10 hanno escluso l'opportunità di averne un secondo a causa delle scarse possibilità economiche nel 20% dei casi, a causa dell'età avanzata nel 14% e nel 9% perché troppo vincolate ai tempi stretti ed agli impegni lavorativi.
Nel 2003, il 63% delle neo-mamme aveva un posto di lavoro e "a causa" della gravidanza il 5,6% di loro è stata licenziata o comunque il contratto non è stato rinnovato, mentre il 12% è stata costretta, per motivi di conciliazione tra vita familiare e tempi di lavoro, a lasciare "volontariamente" il proprio impiego.

Il risultato è indubbiamente sotto gli occhi di tutti: fecondità bassissima (1,33 figli per ogni donna in età feconda ossia tra i 15 e i 49 anni) e maternità in età sempre più avanzata (29 anni) rendono il nostro paese uno dei più decrepiti al mondo (straordinario il tasso di ultra ottantenni rispetto al resto d'Europa!).

Il part time di Ikea

Sfortunatamente non coincide all'aumento del livello di istruzione delle mamme e della percentuale di donne lavoratrici al momento del parto una equilibrata politica del lavoro da parte delle imprese nostrane scarsamente competitive anche da questo punto di vista! Sembrano invece pienamente convinte dell'importanza delle prospettive familiari dei propri dipendenti le multinazionali straniere, come testimoniato da un interessante esperimento di integrazione lavorativa firmato Ikea. Decolla infatti il progetto "Work Life" disegnato su lavoratrici mamme nel periodo di assenza da lavoro per maternità e nella successiva reintegrazione. 70 le donne coinvolte, aggiornate periodicamente sulle novità in corso in azienda durante la maternità per essere poi sottoposte ad un training on the job al loro rientro. Un sistema che facilita enormemente il reinserimento post-parto delle donne sul luogo di lavoro, garantendo serenità e sicurezza nel periodo di assenza.
All'avanguardia in fatto di mobilità l'azienda Svedese impiega personale in modalità part time nel 60% dei casi puntando a nuove formule di job-rotation per consentire esperienze multi-settoriali ai propri dipendenti. Oltre ad essere tra le 100 migliori imprese per le mamme lavoratrici secondo la rivista "Working mother", l'azienda è arrivata al 5 posto nella classifica di soddisfazione dei dipendenti in Italia.

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