Articolo 18: cosa cambia con la riforma del governo Renzi

Verrà modificata, e solo parzialmente, la norma sul reintegro per motivi economici.

Tanto rumore per nulla. Dopo gli scontri con i sindacati, la minacce della minoranza Pd, la direzione infuocata ieri e la "vittoria" di Renzi, cosa cambia in concreto per l'articolo 18, sempre che quanto si è ventilato ieri diventi poi definitivo nella riforma del lavoro? In verità, la sensazione è che cambi ben poco, perché la mediazione offerta da Renzi all'ultimo modifica lo scenario che si stava profilando, quello cioè di una quasi completa abolizione dell'articolo 18 fatto salvo il caso di licenziamento discriminatorio.

Si tratta quindi di un mini-ritocco, perché in sintesi estrema ora le cose dovrebbero essere così: è previsto il reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento discriminatorio (che non era mai stato tirato in ballo) e rimane anche il reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento disciplinare (la decisione spetta al giudica, e l'idea di massima è quella di riuscire a ridurre al minimo la discrezionalità del giudice. Resta il fatto che la possibilità che ci sia un solo indennizzo economico per licenziamenti disciplinari (che era la parte forte dell'abolizione dell'articolo 18 voluta da Renzi) è stata stralciata.

E allora, che cosa cambia adesso, in concreto, in materia di articolo 18? Nella riforma dell'articolo 18 dell'ex ministro Fornero era ancora previsto il reintegro in caso di "motivazioni economiche manifestamente infondate". Se, insomma, un giudice valutava che le motivazioni economiche presentate da un datore di lavoro avevano il solo scopo di nascondere altre ragioni, ecco che scattava il reintegro. Con la riforma del governo Renzi, questa possibilità non sarà più prevista: il lavoratore avrà diritto al solo indennizzo economico.

Riassumendo: per quanto riguarda i licenziamenti discriminatori (e quindi quelli che il giudice decide essere stati fatti per ragioni di sesso, età, religione, politica, appartenenza a un sindacato, partecipazione a uno sciopero, ecc) non cambia nulla; una volta accertata la cosa da parte del giudice, scatta il reintegro, con il pagamento di tutte le mensilità eventualmente non corrisposte. Per i licenziamenti disciplinari è invece possibile il reintegro, anche con il pagamento di un risarcimento massimo di un anno di mensilità, quando il giudice decide che il fatto (il motivo disciplinare) non sussiste o può essere sanzionato in modo diverso dal licenziamento. In caso di licenziamento, l'indennizzo dev'essere pari a due anni di stipendio. Ci si attende che il governo Renzi agisca comunque su questo aspetto, per evitare che i giudici possano decidere discrezionalmente come agire. Il licenziamento per motivi economici, invece, non avrà più la possibilità di reintegro, scatterà l'indennizzo - quanto ancora non è dato sapere - che sarà peraltro fisso e non più oggetto di trattativa. È però evidente come per il datore di lavoro sarà più facile addurre in ogni caso motivazioni economiche, dal momento che non sarà più possibile provare l'effettiva sussistenza di queste motivazioni.

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