Mobbing: le vere vittime sono quelle che non reagiscono

Blogo intervista l'avvocato giuslavorista Roberto Bausardo sul tema del mobbing

Mobbing

In un mondo in cui l'ideologia ultraliberista, il perseguire il profitto ad ogni costo, l'individualismo e la crescita infinita, l'ossessione per la produttività e per una meritocrazia di facciata diventano sempre più radicati nel pensiero comune, come se fossero l'unico stato possibile delle cose, il mobbing si fa sempre più strada addirittura come prassi consolidata sul posto di lavoro.

«Il fenomeno del mobbing si sta rilevando in modo abbastanza pressante anche nel nostro Paese [...] Sembrerebbe esistere in Italia una sorta di regola ben radicata per la quale un superiore abbia il diritto di esercitare la sua autorità anche quanto non è strettamente necessario e legittimo e che al sottoposto non resta altro da fare se non adattarsi alla situazione. Molte persone sono letteralmente abituate a subire pressioni psicologiche anche molto forti dai loro capi e tuttavia non pensano minimamente che ciò può essere dannoso e che non è comunque legittimo»

si legge nell'incipit di una sezione dedicata sul sito del Ministero dell'Interno.

Un quadro decisamente preoccupante.

Per parlare di questo fenomeno sempre più diffuso, abbiamo intervistato l'avvocato Roberto Bausardo, dello Studio Legale Bausardo-Gili, giuslavorista.

Come si definisce e come si riconosce il mobbing?

Innanzitutto è bene chiarire che, per usare le parole del T.a.r. Lazio (5454/2005), la legge non tutela il diritto del lavoratore «ad operare in un ambiente professionale asettico, irenico o, comunque, cordiale», ma tutt’al più quello a pretendere dalla controparte del rapporto comportamenti improntati al principio di buona fede. In altre parole, una dose fisiologica di stress lavorativo è naturale, in quanto gli ambienti lavorativi sono, per natura, conflittuali come ogni comunità umana; in questo senso si è espresso anche il tribunale di Milano. «Gli scontri, talora anche sgradevoli, che avvengono tra colleghi di ufficio non sono atti rivelatori di una vera e propria persecuzione e rientrano, piuttosto, nella normale fisiologia dei conflitti lavorativi, restando, con ciò, giuridicamente irrilevanti».

La giurisprudenza definisce il fenomeno come una situazione lavorativa di conflittualità sistematica, persistente ed in costante progresso, in cui una o più persone vengono fatte oggetto di azioni ad alto contenuto persecutorio da parte di uno o più aggressori in posizione superiore (c.d. bossing), inferiore o di parità (c.d. mobbing orrizontale), con lo scopo di causare alla vittima danni di vario tipo e gravità..

Quali sono le patologie o i sintomi riconosciuti per individuare e confermare casi di mobbing?

Il mobbizzato si trova nell’impossibilità di reagire adeguatamente agli attacchi, che per lui sono immotivati ed incomprensibili, e, a lungo andare, accusa disturbi psicosomatici, relazionali e dell’umore che possono portare anche a invalidità psicofisica permanente, tipico il caso del disturbo post traumatico da stress. Direi che più che le conseguenze sia utile elencare, traendo spunto dai casi giurisprudenziali, le azioni attraverso cui si viene mobbizzati, si tratta di attacchi ai contatti umani (es. limitazioni alle possibilità di esprimersi, continue interruzioni del discorso, rimproveri e critiche frequenti, sguardi e gesti con significato negativo); isolamento sistematico (es. trasferimento in un luogo di lavoro isolato, atteggiamenti tendenti ad ignorare la vittima, discriminare su ferie, permessi, ecc.); cambiamenti delle mansioni (es.: privazione totale delle mansioni, assegnazione di lavori inutili, nocivi o al di sotto delle capacità della vittima, demansionamento); attacchi contro la reputazione (es.: pettegolezzi, ridicolizzazioni, anche calunnie, umiliazioni); violenza o la minaccia (minacce o violenza fisica, esasperazione del potere di controllo e disciplinare).

Qual è lo stato dell’arte in Italia a proposito della normazione sul mobbing? È un reato riconosciuto?

Il reato di mobbing nasce dalla elaborazione giurisprudenziale in quanto non è previsto dal codice penale, solitamente trova un riconoscimento nell’art. 572 c.p. in tema di maltrattamenti.

Quando è il caso di iniziare a difendersi?

Sin da subito, per evitare di finire in una spirale che si autoalimenta, se il fenomeno si innesca si è certi che non finirà da solo.

Come si può difendere il lavoratore? E cosa "rischia"?

Il lavoratore deve appoggiarsi al suo sindacato o ad un legale di fiducia esperto in diritto del lavoro, in modo che l’azienda venga tempestivamente informata di ciò che sta accadendo. Tolleranza o, peggio, silenzio servono solo a dare maggior forza al persecutore. Il lavoratore, mi si passi il termine, è già “nei pasticci”, rischia a non reagire.

Ci sono casi in cui si procede d’ufficio o è sempre necessaria la querela?

Il reato di mobbing è procedibile d’ufficio, ossia una volta presentata la denuncia-querela alla Procura della Repubblica l’accertamento in relazione a tale reato andrà avanti anche nel caso di remissione della querela.

Ci può indicare qualche caso emblematico sul tema, qualche sentenza che ha fatto storia?

Non ci sono sentenze storiche sul punto, ma, purtroppo, storie di ordinarie persecuzioni.

Così una dipendente dopo aver criticato pubblicamente una riorganizzazione aziendale, lamentando che la stessa avrebbe di fatto dequalificato quelli non nominati in posizione organizzativa, si è vista sollevata da quel momento da ogni incarico, mentre il suo superiore iniziava a diffidare, nel corso delle riunioni interne, i colleghi a rapportarsi con lei, utilizzando nei suoi confronti espressioni ingiuriose quali «sistemiamo la vecchia» ovvero «la faccio fuori io nonna papera». I colleghi capiscono che la vittima è “bruciata” ed è meglio non rapportarsi con lei.

O ancora, un lavoratore improvvisamente riceve tutta una serie di “segnali”, modesti ma significativi, come l’esclusione dal beneficio del parcheggio, il rifiuto di incontri chiarificatori, i colleghi che quando prendeva la parola si davano di gomito, e da ultimo lo spostamento presso altra sede in assenza di qualunque esigenza organizzativa e senza alcuna mansione lavorativa specifica, provvedimento ancora più incomprensibile in quanto nella sede da cui veniva spostato risultava una carenza di personale con trasferimento in tale sede di personale da altre province.

L’ultimo caso di cui ci siamo occupati è stato quello di una lavoratrice in ambito ospedaliero vittima di una serie di dispetti, sino a trovarsi ripetutamente la scrivania imbrattata di sostanza organica, che, a seguito di esame istologico, risultava essere sperma.

Mobbing - Come difendersi

Secondo la sua esperienza, si può dire che ci sia corretta informazione sul tema? In altre parole, al lavoratore vittima di mobbing sono dati gli strumenti informativi per capire cosa gli stia succedendo?

Il problema, come precisato poc’anzi, è capire cosa è mobbing e cosa è conflitto fisiologico, paradossalmente le vere vittime di mobbing sono quelle che non reagiscono, non vanno dall’avvocato, sono, purtroppo, le vittime ideali. Sovente, invece, varcano i nostri studi persone che non sono mobbizzate, ma che subiscono semplicemente un momentaneo conflitto con un superiore o con un collega.

Capita che un lavoratore si vergogni e decida di non fare nulla per porre fine alla situazione di cui è vittima?

Il mobbizzato tende a dare la colpa a se stesso, si lamenta con parenti e il coniuge, sino a quando anche la famiglia improvvisamente cambia atteggiamento, cessando di sostenere la vittima e cominciando invece a proteggere se stessa dalla forza distruttiva del mobbing.

9) Quali sono i casi più frequenti? Il mobbing è “di genere” o indifferenziato? Esistono casi di “mobbing” da un superiore a un gruppo di lavoratori? E casi in cui il mobbizzato subisce da un intero gruppo di colleghi, superiori o addirittura subordinati?

Il mobbing non è un fenomeno di genere, un’ultima ricerca parlava di 60% di mobbizzati uomini, contro un 40% di donne; colpisce prevalentemente il ceto impiegatizio e dirigenziale con una buona anzianità di servizio. Statisticamente il mobber (cioè il soggetto che esercita azioni mobbizzanti) è un superiore gerarchico o direttamente il datore di lavoro (c.d bossing o mobbing verticale), meno frequentemente sono i colleghi, che però in caso di bossing facilmente si alleano con il “capo”, generando un’azione collettiva particolarmente odiosa. L’ipotesi di subordinati che mobbizzano un superiore di grado è, almeno per la mia esperienza, un ipotesi che si trova soltanto nei libri.

10) Chi è responsabile del “mobbing” in azienda? Il solo attore del medesimo? O vengono individuate altre responsabilità (ad esempio: il datore di lavoro, colleghi “complici” o che non denunciano le pratiche scorrette)?

Responsabile è direttamente l’autore della condotta, quale sia la sua posizione nella scala gerarchica aziendale, e poi il datore di lavoro in quanto, ex art. 2087 c.c. “L' imprenditore è tenuto ad adottare nell'esercizio dell' impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l'esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l' integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”

I tempi processuali sono molto lunghi? Questo può dissuadere il lavoratore dal procedere a querela, secondo lei?

I tempi processuali non sono molto lunghi. In ogni caso il reato si prescrive nel termine di sei anni (se non vi sono atti interruttivi) se vi sono atti interruttivi (es. richiesta di rinvio a giudizio, sentenza di primo grado), si prescrive in sette anni e mezzo

Cosa c’è da fare ancora per contrastare questo fenomeno che sembra conclamato e acclarato?

Quello che molti mobbizzati non fanno: reagire immediatamente, in casi come questi la tolleranza zero è vincente

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